Martedì 18 Maggio 2021 | 19:26

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Per tornare ai classici, ai fondamentali del teatro popolare pugliese, anzi barese, in questi tempi cupi di coronavirus e di vaccini incombenti pungenti e iniettabili, non si possono evitare alcune domande a Gianni Ciardo, che resta fra i Padri Fondatori della «commedia alla barese» di felice storia e memoria. Personaggio Ciardo, come si sa, arguto e puntuto anzichenò.

Ebbene, maestro Ciardo, che dire di questa emergenza della Pandemia che costringe il teatro alla chiusura e i teatranti all’ inattività forzata?
«Dico che Cristo è grande».

In che senso, scusi?
«Nel senso che questa crisi nella disgrazia generale, pure qualche effetto benefico lo ha prodotto. Per dire, si è realizzata un po’ di pulizia nel settore del teatro nostrano, mi riferisco a Bari e alla Puglia in genere: tanti teatranti, tanti attori, tanti comici “di passaggio”, spesso dei veri e propri passanti, dei teatranti casuali e per caso, beh sono stati costretti a smettere di fare danni! Non è cattiveria, è giustizia!».

Sì, forse, ma ci sono in effetti tanti professionisti, tante compagnie allo sbando. Quale sarà il futuro delle realtà pugliesi, di quelle valide, poche o tante che siano?
«Ci sarà un boom. Una volta svoltata e superata questa crisi da Pandemia, che prima o poi finirà, ci sarà un boom del teatro, dello spettacolo dal vivo, con la gente di teatro alla riscossa. Vedrete che spunteranno come i funghi dopo la pioggia. Quelli bravi e anche quelli ciucci, purtroppo».

Cosa ne pensa intanto di questi spettacoli ed esibizioni in streaming che nel frattempo molti gruppi e molte formazioni stanno realizzando?
«Io lo streaming lo voglio vedere sparato! Ma per favore! Io, per quanto mi riguarda, proprio mi rifiuto di fare quelle cose brutte. Lo streaming è televisione, ma senza le regole della televisione, una cosa “fai da te”, dove chiunque (cani e porci) si esibisce senza controlli: ti ritrovi a fare eventualmente un lavoro di pregio, tutto studiato e provato a lungo, accanto e mescolato a robetta improvvisata e messa lì un po’ a caso, tanto per fare presenza. Lo streaming è una specie di refugium peccatorum».

In certi casi, per esempio con le proposte messe in campo dal Teatro pubblico, si tratta di un modo per agevolare, anche economicamente, i gruppi e gli interpreti.
«Sì, mi rendo che l’aria è amara per tutti, belli o brutti o cattivi che siano. C’è solo da sperare che questa Pandemia stramaledetta finisca al più presto possibile e che si torni a una dinamica normale dell’offerta e della domanda teatrale. Forse andrà meglio che prima, chissà».

Quali spettacoli, in repertorio e in cartellone quest’anno, si sono dovuti bloccare?
«Proprio in questi giorni, per l’ esattezza il 9 gennaio, dovevo essere sul palco del Teatroteam col mio lavoro Novecento, dal testo di Baricco, che ha debutatto già a Bari alla Vallisa. Tutto rinviato sine die, o meglio tutto rinviato a ottobre, nella speranza che si possa riaprire ovunque normalmente e con un numero di spettatori adeguato. Anche la stagione che avevo programmato alla Vallisa, con numerosissime recite in mezzo alla settimana di tanti miei lavori, vecchi e nuovi, tutto saltato, tutto rinviato a data da destinarsi».

Quali previsioni si sente di fare, circa la situazione generale della Pandemia, a proposito del teatro ma non solo del teatro?
«Fratello caro, che ti devo dire? Qui è come il diluvio universale, una cosa che non coinvolge solo noi poveri teatranti, noi poveri pugliesi, noi poveri italiani. Il guaio è generale e dovrebbero capirlo prima di tutto quelli che con i loro comportamenti sembra quasi che vogliano negare la realtà, e mi riferisco ai giovani e giovincelli vari, ma non solo a loro. Non resta che affidarci al grande Eduardo e dire di nuovo insieme a lui che “deve passare la nottata”, sperando che questa volta sia una nottata un po’ più breve delle solite».

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