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Era molto più del batterista dei Pooh Stefano D’Orazio. Paroliere (il suo capolavoro è forse «La donna del mio amico» del 1996), comunicatore avvincente ed essenziale nelle interviste e dal palco, ma soprattutto manager «interno» della band più leggendaria della musica leggera italiana.

Quando nel 2009 aveva lasciato il gruppo (salvo poi ritornare a impugnare le fatidiche bacchette per la reunion del cinquantennale nel 2016), di colpo quelle pagine dell’agenda che aveva scandito decenni di successi «erano diventate improvvisamente bianche. Presi il primo aereo che mi capitò e mi trovai a Pantelleria», racconta nella autobiografia «Confesso che ho stonato», edita da Kowalski nel 2012. Nell’isola sicula comprò casa e trascorreva il tempo buttando giù miriadi di idee e testi. Ammalato da un anno, quando la sua tempra sembrava avere la meglio ha dovuto fare i conti con il Covid che venerdì sera se l’è portato via a 72 anni, nella struttura Columbus del Policlinico Gemelli, nella sua Roma.
Fortissimo il legame di D’Orazio e dei Pooh con la Puglia e con Bari in particolare, suggellato dalla consegna di un riconoscimento della Città metropolitana, per mano del sindaco Antonio Decaro e del vice Michele Abbaticchio, quest’ultimo fan sfegatato del complesso musicale: una cerimonia memorabile, nel Palazzo delle Poste, a fine ottobre 2016, in occasione del triplo concerto del mezzo secolo al Palaflorio. In quel celebration tour, ai quattro (D’Orazio, Roby Facchinetti, Red Canzian e Dodi Battaglia) si era unito il compagno di un tempo, Riccardo Fogli.
D’Orazio la scorsa primavera aveva scritto il testo di «Rinascerò rinascerai» su melodia di Facchinetti. Una canzone nata dalla immagine del tragico corteo che trasportava le bare delle vittime di Covid lungo le strade di Bergamo. La instant song è servita a raccogliere fondi per l’Ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo orobico, una delle zone più colpite dalla prima ondata della pandemia.

Nato a Roma, nel quartiere di Monteverde, il 12 ottobre 1948, D’Orazio proveniva da famiglia della media borghesia: i genitori erano dipendenti del Distretto militare e per lui furono sempre un modello irraggiungibile di amore e di affiatamento. A loro aveva dedicato il commovente brano «50 primavere» del 1992. Considerato lo scapolone impenitente della band, solo tre anni fa, nel 2017, aveva sposato dopo una lunga convivenza Tiziana Giardoni, che gli è stata vicino fino alla fine.
Non aveva figli, anche se considerava tale Silvia, la figlia di Lena Biolcati, la cantante e vocal coach con la quale aveva avuto una lunga relazione tra gli anni ‘80 e ‘90 mantenendo poi ottimi rapporti. La ragazza, apprezzata interprete di musical, gli è sempre rimasta legata, tanto da adottare il nome d’arte Silvia Di Stefano.
I dettagli dei funerali non sono stati ancora annunciati, ma si sta studiando la possibilità di tenere una cerimonia all’aperto domani, lunedì, nella capitale, nel rispetto delle norme anti Covid, per consentire a tutti di dargli l’ultimo saluto.
«Per me questo è il momento del silenzio, voglio solo essere vicino con il mio pensiero alla moglie Tiziana, alla sorella Paola e a Silvia», sono le parole di Roby Facchinetti. Aggiunge: «Abbiamo perso un fratello, il testimone di tanti momenti importanti, ma soprattutto, tutti noi, Red, Dodi, Riccardo e io, abbiamo perso una persona perbene, onesta prima di tutto con se stessa». «Amici per sempre, è una promessa - il rimpianto di Emanuela Folliero, per molti anni compagna di vita, che cita un celebre brano dei Pooh -. Ma ci mancherai tantissimo».

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