serie b

Bari calcio, Marco Bellinazzo: salvare categoria e poi accelerare la cessione

davide lattanzi

Marco Bellinazzo, tra i più insigni economisti italiani, ha dedicato studi sul tema della multiproprietà analizzando da vicino i potenziali sviluppi della sinergia tra Napoli e Bari

«I De Laurentiis stanno attraversando il periodo più complesso del loro corso barese: salvare la categoria e accelerare la vendita è l’unica possibilità per evitare il disastro».

Parola di Marco Bellinazzo, tra i più insigni economisti italiani. Il giornalista del Sole 24 Ore, autore del seguitissimo blog «Calcio & Business», nonché scrittore (celebre la sua opera sul Napoli di Maradona, seguita da «La fine del calcio italiano», «I veri padroni del calcio», «Le nuove guerre del calcio» fino all’ultimo «La colpa è di chi muore») ha dedicato studi specialistici sul tema della multiproprietà analizzando da vicino i potenziali sviluppi della sinergia tra Napoli e Bari. Nel giorno in cui il club biancorosso compie 118 anni pur ritrovandosi a lottare per evitare la retrocessione in serie C, l’esperto professionista analizza il presente e soprattutto i possibili scenari futuri sulle due principali piazze meridionali.

Marco Bellinazzo, doverosa una premessa. Che fase vive la multiproprietà nel calcio?

«Occorre una distinzione sul piano normativo e dei fatti. Sotto il primo profilo, le istituzioni del calcio mondiale ed europeo sembrano impegnate a sgomberare potenziali conflitti legati al pericolo che due club dello stesso proprietario si affrontino nella medesima competizione. Tuttavia, il calcio richiede sforzi e competenze tali da non essere alla portata di molti. Chi investe in questo ambiente tende ad espandere la sua sfera: oggi si contano oltre 300 multiproprietà su scala mondiale. Su tali basi, è facile intuire che il fenomeno andrà presto regolamentato con una normativa organica».

La disciplina italiana come si pone in tal senso?

«L’orientamento federale è tra i più restrittivi. Dal 2021 non è più possibile mantenere tra i professionisti due club che presentino anche quote azionarie minime dello stesso soggetto, fatta salva la norma transitoria per le multiproprietà pregresse che dovranno essere dismesse prima dell’inizio della stagione 2028-29. Attualmente, Napoli e Bari costituiscono l’unico caso di multiproprietà nel professionismo italiano».

Eppure nell’ultima conferenza stampa il presidente del Bari, Luigi De Laurentiis, non ha escluso sviluppi che consentano ad uno stesso proprietario la permanenza in quota di minoranza in un altro club.

«Le sue parole potrebbero, in effetti, avere un fondamento. A livello Uefa si lavora per escludere la presenza di due squadre che siano coinvolte nella stessa competizione e appartengano o risultino sotto la medesima sfera di controllo della stessa realtà aziendale. Si potrebbe quindi ipotizzare che il “vuoto” normativo su eventuali permanenze in quota di minoranza sia uno spiraglio aperto. Tuttavia, è bene precisare che al momento non sono in corso discussioni su questo punto, né sono in programma approfondimenti nel breve periodo. Senza dimenticare la chiusura perentoria della norma italiana».

Dato il mancato decollo del Bari e una politica basata su una stretta sostenibilità, la città del pallone è divorata da un interrogativo: perché i De Laurentiis hanno acquisito il club biancorosso?

«Nel 2018 la situazione era molto diversa. Innanzitutto, non si prevedeva la possibilità di chiudere le multiproprietà, in secondo luogo sembravano esserci maggiori spiragli per sviluppi normativi favorevoli. In quest’ultimo caso, se si fossero creati contesti idonei, ai De Laurentiis certo non sarebbe dispiaciuto controllare ai massimi livelli le maggiori realtà del Sud. E comunque una crescita costante del Bari senza l’obbligo di vendere in date imposte avrebbe quantomeno assicurato un profitto straordinario su un club rilevato a zero. Ora, però, il contesto è decisamente complicato: il termine federale si avvicina, la società non è cresciuta quanto si auspicava, la squadra è in difficoltà. Tutti fattori che creano una sorta di cappio al collo ed il rischio di non rientrare nemmeno dagli investimenti effettuati. Si stima che in otto anni Filmauro abbia immesso nel Bari quasi quaranta milioni. Ben inteso: al netto dei ricavi che comunque sono stati cospicui date le numerose partnership commerciali, le cessioni di alcuni calciatori di spicco, ma soprattutto gli introiti da botteghino mediamente superiori a quelli di quasi tutti i club cadetti e addirittura straordinari nel 2022-23, quando il Bari si radicò nella top ten dei club più seguiti in Italia».

Quale può essere quindi la strategia a breve termine?

«Penso che Luigi De Laurentiis abbia rappresentato una realtà attendibile. Ovvero coinvolgere nuovi investitori che lo affianchino aumentando la potenzialità di investimento così da puntare alla serie A e cedere alle migliori condizioni possibili. Un ingresso graduale di un nuovo socio, peraltro, consentirebbe a Filmauro una permanenza all’interno del club e la conseguente possibilità di attendere eventuali sviluppi normativi».

Che cosa rappresenterebbe una retrocessione in serie C? C’è chi maligna una possibile convenienza fiscale o di riduzione di investimento…

«Mi sembrano ricostruzioni fantasiose. Senza mezzi termini, penso che sia lo scenario peggiore per Filmauro. Perché il club perderebbe valore economico, ma soprattutto appeal. A quel punto un forte danno sulla futura vendita sarebbe inevitabile. Ecco perché ritengo che la proprietà non lesinerà sforzi anche superiori al budget preventivato nell’attuale mercato pur di mantenere almeno la categoria e cercare il rilancio, magari con nuove forze al fianco».

Non manca chi teme addirittura che i De Laurentiis possano lasciare un domani il club nelle mani del sindaco costringendolo a ripartire da zero.

«Comprendo che il recente passato del Bari sia scandito da questi traumi, ma davvero tenderei ad escludere tale possibilità. Innanzitutto per ovvi motivi di convenienza economica, ma soprattutto perché Aurelio De Laurentiis, partendo da neofita assoluto, è diventato in 22 anni uno dei dirigenti di riferimento del calcio italiano. Non metterebbe mai in gioco la sua credibilità in una piazza così importante. Sono convinto che cederà il Bari ad una realtà solida e di prospettiva».

Quando fu acquisito il Bari lei ritenne che potesse rappresentare il futuro dei De Laurentiis nel calcio e potesse essere il Napoli il club “sacrificato”.

«Sinceramente ne ero convinto. Il Napoli era arrivato ad un livello di competitività e aspettative tale da potersi mantenere ad alti livelli solo proseguendo una linea di cospicui investimenti che non risulta troppo nelle corde dell’equilibrio cercato dalla famiglia De Laurentiis. Tuttavia, le vittorie dei due scudetti ed il ritorno in Champions League hanno rafforzato l’entusiasmo della proprietà. Eppure, vanno tenuti presenti due fattori: innanzitutto il club partenopeo resta al centro di svariati interessi e poi per restare all’attuale standard ha bisogno imprescindibile di incassare con costanza i quasi settanta milioni garantiti dalla partecipazione alla Champions League».

Molti investitori stranieri approdano nel calcio italiano. Perché Bari sembra una realtà poco considerata?

«Garantisco che non è così. Bari, invece, attrae moltissimo per passione, potenziale, prospettive. Non bisogna, però, pensare che ogni imprenditore straniero che arrivi in Italia sia un magnate: Bari non è per tutti. Alcune proprietà straniere non possiedono le risorse per condurre nemmeno un anno al vertice del club pugliese. Cedere il Bari non è molto diverso che vendere il Bologna o la Fiorentina: occorrono forze appropriate, quindi non è semplice. Ma al contempo resta un affare dagli sviluppi sconfinati».

Privacy Policy Cookie Policy