l'inchiesta
Guadalupi, la «faccia pulita» della Scu: «Così l'ex politico di Brindisi faceva da ponte tra imprese e clan»
Il suo compito, secondo l'accusa, era individuare bersagli solvibili tra le ditte impegnate in appalti pubblici. Rassicurava i boss definendo gli imprenditori da colpire «persone garbate», termine che nel codice mafioso identifica chi è pronto a pagare senza denunciare
Pietro Guadalupi, Mauro Iaia, Adriano Vitale e Alessandro Blasi. Sono questi i quattro nomi al centro dell’operazione «Colemi», un altro tassello della maxi-inchiesta della Dda di Lecce che ha nel mirino la frangia tuturanese della Sacra Corona Unita. Il provvedimento che dispone per loro la custodia cautelare in carcere, firmato dal gip Maria Francesca Mariano su richiesta del pm Carmen Ruggiero, colpisce persone ritenute capaci di muoversi tra politica, impresa e summit del clan, segnando un salto di qualità nell’azione della criminalità locale: non più solo violenza, ma infiltrazione strutturale del tessuto civile attraverso figure insospettabili. L’indagine nasce da un monitoraggio costante della squadra mobile di Brindisi, guidata dal vicequestore Giorgio Grasso.
Tutto è iniziato nel settembre 2025, quando una forte tensione tra i boss storici e le giovani leve indusse gli inquirenti a un blitz d’urgenza. In quell’occasione finirono in manette i vertici del sodalizio: Salvatore Buccarella (Totò Balla), Umberto Attanasi (Robertino l’americano), il figlio Pasquale e Vincenzo Schiavone (Pasulicchio). L’accusa era legata a un’estorsione ai danni di un’azienda agricola, costretta a pagare il pizzo per poter coltivare, senza subire danneggiamenti, una vasta piantagione di noci a Tuturano. La nuova operazione svela come quella rete contasse su appoggi di altissimo profilo. Al centro emerge Pietro Guadalupi, già presidente del Consiglio Comunale di Brindisi e volto noto della politica locale: candidato sindaco che Caroli e FdI volevano far sostenere al centrodestra al posto di Giuseppe Marchionna, nonché candidato alle regionali del 2020.
Guadalupi viene descritto dagli inquirenti come la «faccia pulita» necessaria al clan: un uomo delle istituzioni capace di fare da ponte tra la malavita e il mondo dell’impresa. Amministratore della Colemi srl – società di cui il luogotenente Mauro Iaia, vicino al boss Raffaele Martena, era socio al 50 per cento – Guadalupi avrebbe sfruttato il suo prestigio per agevolare il controllo del territorio.
Un movente chiave del pressing estorsivo risiede nelle difficoltà di Mauro Iaia, indebitato per circa 200.000 euro a causa della gestione di uno stabilimento balneare. Il consistente «buco» del lido avrebbe spinto il sodalizio a intensificare le richieste di denaro per ripianare i debiti del luogotenente. In questo contesto, la «faccia pulita» di Guadalupi sarebbe servita a individuare bersagli solvibili tra le ditte impegnate in appalti pubblici, garantendo accesso a informazioni privilegiate. Le intercettazioni lo immortalano mentre rassicura i boss definendo gli imprenditori da colpire «persone garbate», termine che nel codice mafioso identifica chi è pronto a pagare senza denunciare alle autorità.
L’inchiesta documenta come Guadalupi non si limitasse a fornire i nomi, ma agisse operativamente: in un’occasione avrebbe indicato a Iaia un imprenditore impegnato in lavori sui canali di scolo, scortandolo personalmente a casa degli Attanasi. Mentre i boss offrivano una falsa «protezione» dai danneggiamenti ai mezzi d’opera, era proprio il politico a ordinare alla vittima di pagare subito il «pensiero» di 500 euro, partecipando alla riscossione necessaria anche a tappare i debiti di Iaia.
Il sistema ipotizzato da investigatori e inquirenti soffocava ogni settore. Nelle campagne, Adriano Vitale imponeva una tassa di 2,50 euro su ogni balla di paglia lavorata, minacciando di incendiare le attrezzature: «Vengo direttamente e metto fuoco al trattore!». Parallelamente, l’inchiesta svela il ruolo di Alessandro Blasi (attualmente ricercato), dipendente infedele di una ditta edile. Blasi, pur essendo regolarmente assunto, avrebbe agito come terminale del clan Buccarella.
Blasi media una richiesta estorsiva da 3.000 euro, cifra poi divisa in parti uguali tra i complici, con lo stesso dipendente che intasca mille euro per il tradimento ai danni del proprio datore di lavoro. Per piegare l’imprenditore, Umberto Attanasi non usava mezzi termini, preannunciando il rogo del parco macchine aziendale.
Sullo sfondo resta la vicenda di un altro imprenditore, trasformato in un bancomat perenne: dopo aver pagato 45.000 euro complessivi al clan dei mesagnesi capeggiato da Tobia Parisi, si è ritrovato nuovamente vessato dai tuturanesi, a conferma di un controllo mafioso che non concede tregua al tessuto produttivo della provincia.