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Scoppia il caso a Trani

In città il sedicesimo punto vendita in Italia della multinazionale francese del bricolage

bricoman

Nico Aurora

TRANI - La storia del progetto di insediamento del centro commerciale Bricoman, a Trani, si può definire in parte tutta italiana, ma, con altrettanta buona dose, decisamente tranese.

Il progetto di portare in città il sedicesimo punto vendita in Italia della multinazionale francese del bricolage, che si autodefinisce come «il più grande specialista di prodotti tecnici professionali per la costruzione e ristrutturazione della casa, con vendita sia all’ingrosso, sia al dettaglio», nasce almeno tre anni fa e riguarda una maglia di 50.000 metri quadrati, che si affaccia sulla strada provinciale Trani-Andria in adiacenza con il capannone che ospita università privata Lum. Si tratta di 40.000 metri quadrati su suolo “a permesso diretto”, ed altri 10.000 fuori area. Il problema è proprio in quel triangolo, che costituisce un quinto dell’area oggetto di intervento, ma che la società Promocentro, che cura il progetto per conto di Bricoman, ritiene indispensabile per la piena funzionalità dell’attività produttiva. I diecimila metri quadrati fanno parte di un comparto, denominato Cp 45, che però in quel luogo neanche ci sarebbe dovuto stare.

Infatti, tutto nasce dalla previsione del Piano urbanistico generale di un’area destinata ad edilizia residenziale pubblica, sempre nei pressi della Trani-Andria e che deve essere servita da una bretella di collegamento con la stessa strada provinciale e, in particolare, con quella particella di territorio destinata all’insediamento. L’amministrazione comunale, non avendo a disposizione i fondi per procedere agli espropri utili alla costruzione della strada di servizio, di circa un chilometro e del costo presumibile di 50.000 euro, fece prevedere così un comparto, formato dai suoi di proprietà di una decina di soggetti, a carico dei quali si è previsto il pagamento degli oneri per la realizzazione della bretella. Proprio nelle norme di attuazione dello strumento urbanistico si legge che il comparto «è stato inserito per rendere attuabile la bretella stradale di collegamento tra la strada provinciale Andria-Trani e la strada di previsione di pubblico servizio dei comparti destinati ad edilizia residenziale pubblica».

La formazione di quel comparto non è certo andata giù a numerosi dei proprietari di quei suoli e, in particolare, proprio all’impresa edile detentrice del capannone in cui ha sede l’università. Quella società aveva proposto un ricorso al Tar, nel corpo del quale i giudici ritenevano di non condividere quella procedura: «Le principali arterie della viabilità - si legge nel provvedimento - devono essere necessariamente individuate dallo strumento generale (…) Il comparto è inadeguato allo scopo perequativo asseritamente perseguito, ma anche illegittimo in quanto finalizzato ad eludere il termine quinquennale di efficacia dei vincoli preordinati all’esproprio».

Eccoci, pertanto, ai giorni nostri. La società proponente il centro commerciale chiede che quei 10.000 metri quadrati, necessari per completare l’investimento produttivo, escano dal comparto per unirsi ai 40.000 a permesso diretto. In cambio, si impegna a riconoscere al Comune di Trani una serie di servizi di pubblica utilità. In particolare, la Promocentro propone la realizzazione di una rotatoria, sulla Strada provinciale 1 Trani Andria, per un più facile collegamento tra la strada statale 16 bis e l’area commerciale. Ed ancora, «per evitare disparità di trattamento tra i proprietari delle aree originariamente comprese nel comparto, s’impegna a fare monetizzare al Comune la quota parte di oneri necessari per la realizzazione della bretella, da definire sia in termini economici, sia amministrativi in sede di rilascio del titolo edilizio».

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