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Vita e coraggio

Barletta: storia di una mamma-educatrice

Barletta: storia di una mamma-educatrice

Simona Acquaviva

Simona Acquaviva mentre scriveva la tesi di specializzazione «gestiva» i disturbi dello spettro autistico di suo figlio

19 Agosto 2022

Giuseppe Dimiccoli

BARLETTA - «La mia tesi di specializzazione vuole essere un messaggio di speranza e di fiducia a chi come me, come la mia famiglia vive questa condizione quotidianamente, affinché non si molli mai e si vada sempre avanti nonostante le tantissime difficoltà che si incontrano ogni santo giorno. Soprattutto vorrei ricordare che parlarne fa bene, aiuta a vivere la vita in modo più sereno».

Brillano gli occhi a Simona Acquaviva, mamma dal cuore grande e instancabile lottatrice, laureata in scienze dell’educazione (triennale) e magistrale in scienze pedagogiche all’Università di Bari quando racconta della sua tesi di specializzazione sul sostegno per la scuola secondaria di secondo grado discussa a luglio scorso.

La compilazione, forte del tirocinio avvenuto su un caso concreto al Istituto Itet Cassandro - Fermi - Nervi, è stata incardinata alla luce della condizione di suo figlio Thiago - un meraviglioso bimbo di cinque anni e mezzo - affetto dai Disturbi dello spettro autistico di II livello, senza compromissione intellettiva e da sindrome ipercinetica.

Simona, educatrice che per otto anni ha prestato servizio in una cooperativa del Comune di Barletta, afferma di essere «ambiziosa e molto determinata per cui questo lavoro iniziava a starmi stretto nel corso degli anni poi con la famiglia (già a 23 anni aveva la prima figlia) e quindi ho sempre continuato a studiare e a formarmi contemporaneamente come terapista Aba, lavoro che svolgevo nel pomeriggio e grazie al quale devo tutto ciò che in seguito mi è tornato utile».

Simona, 33enne barlettana sposata con Ruggero e mamma anche di Marissa, roteando il caleidoscopio del suo percorso di studi della specializzazione, fa sapere che: «Mi sono ritrovata nello stesso scenario per cui ho dedicato anni della mia vita, ma questa volta stando dall’altra parte, nelle vesti di genitore, nella sofferenza, una conferma per me, che quello per cui ho sempre studiato mi stava tornando utile ed ho subito pensato, rimboccandomi le maniche con forza e coraggio, che mio figlio fosse stato fortunato ad avere una madre preparata come me. Ancora più decisa e consapevole, allora ho pensato di partecipare al concorso per poter accedere al corso di specializzazione per il sostegno Tfa presso l’Università degli studi di Bari e spinta da questa personale motivazione, dopo un’accurata preparazione teorica, riesco finalmente a superarlo. L’accesso a questo corso, la frequenza e la partecipazione alle lezioni, ai laboratori e ai tanti lavori di gruppo ed individuali che ho svolto in questi mesi, sono stati contraddistinti da una grande voglia di scoprire, conoscere e di mettermi in gioco non solo come futura docente, ma come persona».

Con delicatezza ricorda quando ha scoperto la condizione di salute di suo figlio: «La diagnosi non è stata una scoperta ma una conferma per me. Avevo colto già dai primi mesi di mio figlio qualcosa che io avevo già visto e conoscevo ma purtroppo per quello che era il mio lavoro tutto veniva scambiato per deformazione professionale. Pertanto ho dovuto adeguarmi ai tempi burocratici che poi si sono prolungati anche a causa della pandemia. Mentre studiavo e seguivo le lezioni online ero molto soddisfatta di quello che stavo facendo perché sapevo che allo stesso tempo facevo una cosa importante per me e utile per mio figlio che domani sarà uno studente della scuola superiore. È come spianare una strada che lui più in là percorrerà. E questo mi fa stare meglio».

Pensando alla sua condizione di «mamma direttamente coinvolta» , con estrema sensibilità, aggiunge: «È proprio vero: la vita ti toglie e ti dà e non lo fa a caso, in un momento qualsiasi, perché mentre “ti toglie qualcosa” è già pronta a colmare quel vuoto con altro. E quando dico “ti toglie” non mi riferisco solo a un lutto o alla perdita di una persona cara, ma alla perdita della normalità, della libertà, della spensieratezza e della leggerezza, con cui hai vissuto la tua vita fino a quel momento che ha cambiato il tuo modo di essere e ti ha cambiata in toto: la consapevolezza di avere un figlio con neurodiversità, mi ha accompagnata in tutti questi mesi, rendendomi più fiera del titolo che stavo per conseguire. Questo traguardo vuole essere una sorta di riscatto per me e per le tante famiglie che come la mia, vivono ogni giorno questa condizione e intende regalare uno spiraglio di luce e di speranza, poichè dal bilancio della vita s’impara a fare delle grandi ferite un valore aggiunto, quello che oggi “ti contraddistingue come persona, quello che ti migliorerà sempre e comunque, quello che mancava per sentirti davvero completa».

Poi, pensando al futuro di suo figlio Thiago, offre una perla di ottimismo e serenità da interiorizzare per qualsiasi evento che la vita ti offre: «Adesso non guardo troppo avanti e al suo futuro. Lo vivo come un qualsiasi altro bambino, come é giusto che sia, Il resto verrà da se con il passare del tempo e degli anni. Intanto sono sicura che gli stiamo dando tutti gli strumenti utili a svolgere una vita quanto più autonoma possibile. Questo è quello che mi interessa. poi coltiverà certamente le sue passioni e i suoi interessi che man mano stanno venendo fuori».

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