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In Puglia e Basilicata

La sentenza

«Tre anni in servizio senza lavorare»: fontaniere deve risarcire la Regione

«Tre anni in servizio senza lavorare»: Fontaniere deve risarcire la Regione

Nonostante la prescrizione dell’accusa di truffa, un 65enne di Andria dovrà restituire oltre 60mila euro

10 Maggio 2022

Massimiliano Scagliarini

BARI - La prescrizione dell’accusa di truffa aggravata ai danni della Regione non salva un ex fontaniere assenteista che per tre anni avrebbe preso lo stipendio senza lavorare. Nelle scorse settimane la Cassazione ha scritto la parola fine sull’inchiesta «Acqua Salata» che nel 2015 portò all’arresto - da parte della Procura di Trani - del responsabile degli impianti irrigui del Nord barese, accusato tra l’altro d’aver intascato tangenti per favorire gli agricoltori nella distribuzione dell’acqua nei campi, e di un dipendente regionale, Giuseppe Sgaramella, ora 68enne, ai tempi addetto alla gestione e al controllo di un pozzo di Andria.

La Cassazione (Settima sezione, relatore Airolli) ha dichiarato inammissibile il ricorso di Sgaramella contro la sentenza con cui, a dicembre 2020, la Corte di appello di Bari (Terza sezione, presidente relatore Blattmann D’Amelj) ha dichiarato prescritta l’accusa di truffa aggravata nei confronti della Regione (per la quale in primo grado era stato condannato a un anno), osservando che l’ex fontaniere si era effettivamente reso responsabile di irregolarità: già a novembre 2008 la Regione «lo invitava espressamente ad osservare il turno di lavoro ritenendo ingiustificato ed arbitrario il suo contegno». Da qui la conferma della condanna al risarcimento del danno (pari ai circa 62mila euro di stipendi percepiti nei due anni) e delle spese legali dell’intero giudizio a favore della Regione (rappresentata dall’avvocato Francesco Marzullo di Bari).

Nel 2009 l’inchiesta della Polizia di Barletta aveva coinvolto anche l’allora dirigente dell’agricoltura Paolo Tursilli, per il quale il gip non aveva concesso l’arresto chiesto dall’accusa (rappresentata dal pm Antonio Savasta): per lui il processo si è chiuso in appello con l’assoluzione piena («per non aver commesso il fatto»), mentre una quarta persona (il figlio del responsabile degli impianti, condannato in primo grado a 5 anni e nel frattempo deceduto) è stato assolto «perché il fatto non costituisce reato» dall’accusa di concorso in peculato. Le indagini avevano fatto emergere il sistema in base a cui l’allora responsabile di zona degli impianti irrigui avrebbe preteso soldi dagli agricoltori per non sospendere l’erogazione idrica, e avrebbe poi utilizzato per propri scopi personali gli stagionali addetti ai pozzi.

Il fontaniere si era difeso sostenendo che la mancata presenza sul posto di lavoro era in realtà dovuta all’espletamento di una diversa mansione, quella di vigilante, per motivi di salute. Una versione che i giudici non hanno condiviso. La Regione dovrà ora attivare le procedure per il recupero sia dei tre anni di stipendio che le spese legali.

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