Martedì 23 Aprile 2019 | 22:04

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Il caso

Bisceglie, Sos dolmen: chi salverà il monumento simbolo della città?

Il megalite, scoperto nel 1909, tra incuria e progetti mai attuati. Anche la splendida grotta di santa croce non è in condizioni migliori e merita attenzione





Il dolmen di Bisceglie

BISCEGLIE - Più che monumento “Messaggero di pace”, titolo conferitogli dall’Unesco in pompa magna alcuni anni fa, è purtroppo testimone di uno stato di incuria e di degrado a dir poco sconcertante. Il grande “vecchio” dolmen “la Chianca” di Bisceglie è in penoso abbandono, tra le erbacce, privo di ogni tutela e di prospettive urgenti di intervento.

Il misterioso megalite risalente all’età del Bronzo Medio (considerato tra i più importanti d’Europa), il simbolo che ha lanciato il nome di Bisceglie ovunque, e che destò grande interesse nel 1909 quando fu scoperto negli uliveti a circa 4 chilometri dal centro urbano, giace dimenticato tra progetti di valorizzazione annunciati e mai realizzati. Una vergogna da cancellare. Il dolmen “la Chianca” è stato celebrato con un’apposita emissione di un francobollo. Ma oggi “piange” per la desolazione e la mancanza di una concreta programmazione turistica. Quindi è un bel banco di prova per l’appena nominato assessore alla cultura ed al turismo Tonia Spina e per l’amministrazione comunale Angarano. Peraltro nell’analoga condizione versa il dolmen Frisari, ridotto ad un illeggibile cumulo di pietre dopo il furto della sua recinzione perimetrale.

In questo declino culturale, ereditato dalla precedente amministrazione Spina, che preferì spendere ingenti fondi per manifestazioni canore e film inutili, sono finiti la grotta di Santa Croce (la cui lunghissima chiusura ai visitatori, che permane, ha causato un danno notevole nell’offerta turistica) e gli scavi archeologici, che stavano proiettando il territorio biscegliese a livello internazionale per le scoperte di preziosi reperti, grazie ad una convenzione con gli archeologi dell’Università di Siena, e che sono stati interrotti. Dunque un “motore culturale” spento, fermo nell’indifferenza quasi generale, che ha bisogno di essere rimesso in moto concretamente e tempestivamente, recuperando per esempio l’indispensabile collaborazione col gruppo Scout mandato in esilio. Non bastano una pizza ed una birra degustate sul porto per un turismo che sia degno di tal nome.

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