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Il narcotrafficante Giuseppe Pasculli

BARI - «I soldi li avete?», chiede Giuseppe Pasculli al telefono.

«Sì, sì non ci sono problemi, vieni tu a parlare direttamente, l’essenziale è che ci dai i punti a noi».

Ma lui replica: «A me non me ne frega niente, io non devo dare punti a nessuno, il punto te lo devono dare loro. Ho fatto bei discorsi e li faccio ancora».

Ecco. Un duro, per chi ancora non lo sapesse, uno che non ha paura di nessuno, nemmeno del boss Parisi. Lui è Giuseppe Pasculli, 62 anni, andriese, anche noto come «u 12», una gioventù da contrabbandiere di sigarette prima di diventare l’uomo che acquistava cocaina dai colombiani, faceva affari con la camorra e ricopriva di «roba» Bari e il Nord Barese. La conversazione intercettata dai carabinieri oltre 4 anni fa intercorre tra Pasculli e gli uomini di Savinuccio Parisi. I vari Calzolaio, Fortunato, Milella. Gente non da poco, come negli ambienti malavitosi ben sanno. Ma Pasculli non mostra nessun timore reverenziale. Tutt’altro. Tanto è vero che gli uomini di Japigia non solo comprano la cocaina da lui (50mila euro al chilo) ma gli regalano anche un chilo di hashish.

Pasculli oggi è recluso nel carcere di Lecce. Secondo gli investigatori, tuttavia, la sua attività è tuttora fiorente visto il suo coinvolgimento nell’inchiesta che ieri ha portato all’arresto di 36 persone, tra Puglia e Basilicata, accusate di traffico internazionale di droga.

Anche le indagini della Dda di Potenza rimandano a stratagemmi di colore tipici del modus operandi dei noti narcotrafficanti, a cominciare da un insospettabile negozio di abiti da sposa divenuto il deposito di ingentissimi quantitativi di droga che veniva invece venduta in un anonimo bar di provincia.

L’andriese è un personaggio di altissimo livello nella geografia criminale italiana. È in ottimi rapporti con Marta Calderon Gonzalez, colombiana, un nome «mitico» in certi ambienti, la più attiva venditrice di coca colombiana in Europa, una sorta di imprenditrice che recluta camionisti incensurati per spedire sotto copertura la droga a Napoli e a Bari. Ed è a Pasculli che il clan Parisi bussa quando non sa più dove acquistare gli stupefacenti all’ingrosso. Canali chiusi per tutti. Non per l’andriese. Nel 2013 i carabinieri lo intercettano mentre parla con un amico al telefono. «Io non li conoscevo. Loro conoscevano me! - dice Pasculli a proposito della gente di Japigia - Io sono due anni che li tratto… non potevano avere niente da nessuna parte e vennero da me… mandarono certi ragazzi di Savino… si presentarono e dissero: “Veniamo da parte di Savino, così e colà” dissero “vogliamo la bianca…“».

Fino al dicembre del 2013, quando per Pasculli si aprono definitivamente le porte del carcere, «u 12» si vantava di essere sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia. Di fatto, secondo le cronache giudiziarie, sarebbe stato l’unico a trafficare per anni e anni enormi quantità di cocaina lungo l’asse consolidatissimo Colombia - Spagna - Bari. Un «canale» utilizzato almeno fino alla metà degli anni Duemila anche dai narcotrafficanti di Barivecchia, gli uomini dei Capriati in prima linea. L’andriese, nei periodi di «splendore» - almeno fino al 2013 - avrebbe guadagnato con la sua banda fino a 800mila euro al mese. Che fine abbia fatto questo patrimonio, è ancora tutto da chiarire.

L’operazione coordinata dalla Dda di Potenza, culminata negli arresti di ieri mattina, è stata condotta con l’impiego di circa 120 militari di Potenza, Bari e Chieti. I magistrati ritengono di aver accertato collegamenti con «consorterie criminali» del Vulture Melfese, tra cui quella guidata dai fratelli Rocco e Teodoro Gabriele Barbetta, che si rifornivano di droga da clan andriesi, «gravitanti - hanno spiegato gli inquirenti lucani nel corso della conferenza stampa di ieri - attorno alla figura del narcotrafficante Giuseppe Pasculli». Il quale, come già detto, si trova nella casa circondariale di Lecce, dove sconta una pena definitiva che scadrà nel 2027. Tra le figure “di spicco» dell’organizzazione scoperta dagli investigatori potentini c’è anche quella di Antonio Piccolo, che avrebbe mantenuto i contatti con il clan Pesce-Pistillo.

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