il fenomeno

Scarcerazioni, boss defunti, fuochi d'artificio: gli eventi della mafia barese sono social

viviana minervini

Il mondo criminale non punta più soltanto all’invisibilità, ma utilizza le piattaforme per costruire immagine, consenso e fascinazione, soprattutto tra i più giovani

«La criminalità organizzata oggi invade anche i social». Parte da qui l’analisi del capo centro della Direzione investigativa antimafia di Bari, il colonnello della Guardia di Finanza Giuseppe Giulio Leo, che fotografa una trasformazione profonda dei linguaggi e delle modalità di diffusione della cultura criminale, sempre più capace di farsi racconto pubblico, vetrina, modello da imitare.

Videochiamate dal carcere condivise su TikTok, compleanni celebrati in diretta con fuochi d’artificio e mazzi di «magici» fiori, scarcerazioni trasformate in eventi social, fino alle vecchie foto di boss defunti riproposte come icone da celebrare: il mondo criminale non punta più soltanto all’invisibilità, ma utilizza le piattaforme per costruire immagine, consenso e fascinazione, soprattutto tra i più giovani.

«Noi vediamo social pieni di questi messaggi: macchine di grossa cilindrata, bella vita, discoteche, un mondo che si muove, crociere, viaggi all’estero», osserva Leo. «Sono modelli che, pubblicizzati sui social, riescono a fare proselitismo tra gli adolescenti, sia tra quelli che notoriamente provengono da famiglie criminali, sia anche tra ragazzi di famiglie perbene, non necessariamente disagiate, i cui figli in questi messaggi vedono una possibilità di affermazione».

Il punto, spiega il colonnello, è che la criminalità riesce a occupare uno spazio che altri non presidiano con la stessa efficacia. «Il problema è che i modelli positivi, ahimè, noi come appartenenti allo Stato non li veicoliamo attraverso i social. Alla fine il messaggio immediatamente fruibile è quello, piuttosto che la storia di uno studente che riesce ad affermarsi con i pubblici concorsi, con lo studio, con il sacrificio».

Secondo il capo della Dia barese, questa dinamica si innesta in un contesto già delicato, segnato da una nuova leva criminale sempre più esposta alla violenza. «I giovani restano il problema principale di questa provincia. Sono loro che tentano di imporre nuovi equilibri criminali, emulando la parte peggiore di chi li ha preceduti. E, molto più dei loro predecessori, fanno ricorso alla violenza e all’uso delle armi».

È qui che il mondo digitale smette di essere semplice cornice e diventa strumento di costruzione del consenso. «Molti ragazzi finiscono per vedere in quei percorsi una scorciatoia di affermazione», aggiunge Leo. «Non soltanto i ragazzi cresciuti in famiglie criminali, ma anche giovani provenienti da contesti normali, che però restano affascinati da modelli di successo immediato, di disponibilità economica veloce, di prestigio costruito attraverso la forza, la violenza, il denaro facile».

Le piattaforme, da TikTok in poi, amplificano così una narrazione che fa della criminalità uno spettacolo. I simboli allusivi diventano elementi di una “mafiosfera” digitale in cui linguaggi, hashtag ed emoji contribuiscono a rendere familiare e persino desiderabile l’universo criminale. Un linguaggio codificato, ma perfettamente riconoscibile per chi ne conosce i riferimenti.

«Tutto questo si contrappone a una vita fatta di sacrifici, studio, approfondimento, cultura», conclude Leo. «Ma quei modelli, oltre a essere più lunghi e più faticosi, sono anche meno diffusi attraverso i canali di comunicazione che oggi incidono davvero sui ragazzi». E il rischio, avverte, è netto: «Che si crei una nuova leva criminale che non solo replica i modelli precedenti, ma li radicalizza con più esposizione alla violenza, più uso delle armi, più disponibilità a compiere atti eclatanti per imporsi sul territorio».

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