Viaggio nel tempo

Ecco la storia di Domenico Marazia: il dattilografo più veloce d’Italia è di Bari

Raffaella Direnzo

Digitò la legge sul divorzio

C’era un tempo in cui il silenzio degli uffici era rotto dal ritmo metallico delle macchine da scrivere, un suono preciso che per chi lo praticava significava disciplina, concentrazione e mestiere.

È il 1965. Nelle aule dell’Enalc di via Melo a Bari, il professor Colucci insegna agli allievi la posizione corretta delle mani sulla tastiera. Tra loro c’è un diciassettenne: Domenico Marazia. «Quel ragazzo sarà il più veloce d’Italia», dice il docente. La frase resta impressa nella mente del giovane, che pensa: «Ma questo che vuole da me?!»

Quel destino avrebbe segnato una vita intera, trasformando un’esercitazione in una passione e un’arte ormai scomparsa. Tra quei banchi incontra Francesca Fortunato: «Era bravissima anche lei», ricorda con un sorriso. «Il fortunato sono stato io». Negli anni, quella ragazza diventerà sua moglie, compagna di vita e di sogni.

Terminato il corso, Domenico inizia a lavorare nello studio legale Lenoci De Lucia, mentre Francesca opera in altri studi di Bari. Le aule erano piene di ragazzi provenienti dalla città e dalla provincia, attratti dalla possibilità di un lavoro stabile. «Mio padre mi impose questo corso, ma presto cominciò a piacermi», racconta. La disciplina richiesta era totale: «O lo ami o lo odi. Quando sbagliavi, dovevi ricopiare tutto da capo. Precisione e concentrazione erano tutto».

Il momento più intenso arrivò nel 1970, con la battitura a macchina dell’intervento di Vito Vittorio Lenoci alla Camera dei deputati sul divorzio. Chiuso in casa per quasi due mesi con l’avvocato, Domenico dattilografava ogni parola. «Era un lavoraccio – ricorda – tutto ciò che confluirà nella legge nasceva dal contatto diretto con le persone».

L’intervento di Lenoci fu uno dei più importanti della storia repubblicana: culminò con l’approvazione della legge, passata alla storia come Fortuna-Baslini, fondamentale per modernizzare il diritto di famiglia italiano. Domenico dattilografò anche interi capitoli dei volumi di approfondimento di Lenoci, trasformando le parole scritte in documenti precisi, pronti per la stampa e la distribuzione agli uffici parlamentari.

Dopo qualche anno, Domenico entrò nei vigili urbani, dove avrebbe lavorato per 35 anni. Ma non lasciò mai davvero il primo mestiere. «Avevo capito che quel lavoro stava sparendo – racconta – e così feci il concorso nei vigili urbani. Lo vinsi e trovai finalmente un posto fisso. Lasciai quel porto perché non dava certezze. Ma quando entrai nei vigili, Lenoci non mi voleva mollare: nel tempo libero continuai a lavorare con lui fino all’ultimo giorno della sua vita».

«Con Titino ho imparato cosa vuol dire realizzare un lavoro – dice Domenico – ogni parola che battevo diventava parte di una storia più grande». Ricorda ancora il 19 giugno 1979, il giorno del suo compleanno: «La mattina consegnai l’ultima bozza da portare in Parlamento. Ero la sua ombra, per cui la sera avevamo appuntamento per ricopiarla in bella copia. Quello stesso giorno Lenoci fu investito».

Durante il servizio militare a Viterbo, inizialmente gli fu assegnato un ruolo generico. Un ufficiale gli disse: «Tu tutto farai, marcerai dall’alba al tramonto». E Marazia rispose con calma: «Le vie del Signore sono infinite». Pochi giorni dopo ottenne il permesso di usare la macchina per scrivere una lettera alla fidanzata. «La scrissi più veloce di una mitragliatrice», ricorda. Il suono secco e ritmico dei tasti sorprese i militari: non era solo rumore, ma competenza e precisione. Venne presto assegnato all’ufficio amministrativo, dove compilava modulistiche e note spese in poche ore, confermando ancora una volta che «le vie del Signore sono infinite».

Oggi Domenico e Francesca sono ancora qui insieme, uniti da una vita e da un’arte che oggi sopravvive in qualche museo, ricordando un piccolo mondo antico che ormai sopravvive solo nei ricordi.

Privacy Policy Cookie Policy