L’8 settembre 1943 segna uno spartiacque drammatico nella storia d’Italia. Con la firma dell’armistizio di Badoglio, l’esercito italiano passa dall’alleanza con il Terzo Reich a quella con le forze anglo-americane. Ma a quella svolta politica non segue alcuna direttiva chiara. Il Paese precipita nel caos, il re fugge, i comandi militari si dissolvono. In quel vuoto di potere iniziano migliaia di tragedie individuali, come quella del capitano dei Granatieri di Sardegna Salvatore Sivo. «Mio padre si trovava a Napoli e comandava una compagnia - racconta il figlio Gianni Sivo - Non riusciva ad avere direttive dal comando e, in divisa di ordinanza, decise di recarsi al distretto militare per chiedere cosa dovesse fare dei suoi uomini».
Il raid delle SS a Napoli - È il 9 settembre 1943. Il capitano attraversa Piazza Dante, armato solo della sua pistola di ordinanza. «Viene circondato dalle SS, privato dell’arma e fatto prigioniero. Non capisce neppure il perché. Da quel momento inizia il calvario». Condotto alla stazione di Napoli, Salvatore Sivo viene caricato su un carro bestiame piombato, insieme ad altri militari italiani. «Non potevano uscire, non avevano cibo né acqua, solo paglia a terra». Il treno viaggia di notte per evitare i bombardamenti e si ferma a Firenze. È lì che il capitano riesce a lanciare un biglietto dal vagone: poche righe, l’indirizzo della fidanzata, Amalia Rinaldi. Quel messaggio viene raccolto dalla Croce Rossa italiana.
Senza nome né grado - «Abbiamo così la data certa dell’arresto e dell’inizio della prigionia», spiega Gianni Sivo, che conserva ancora quei documenti. La deportazione conduce Salvatore Sivo nei lager nazisti. È internato come IMI – Internato Militare Italiano, una qualifica giuridica creata dal Terzo Reich per aggirare la Convenzione di Ginevra e poter imporre il lavoro forzato. «Li avevano tolti dallo stato militare e ridotti a civili - spiega il figlio - Così potevano usarli come schiavi. Mio padre quindi non ha più un nome né un grado militare: i carcerieri del terzo Reich gli danno una piastrina con un numero e gli attribuiscono la qualifica di insegnante».
Condizioni disumane - Il capitano viene assegnato ai lavori forzati nella fabbrica d’armi Max Weber. Dodici ore di lavoro al giorno, marce estenuanti sotto la neve, fame costante. «Mangiavano gli scarti della mensa dei soldati tedeschi: bucce di patate, di carote. Alto quasi due metri, mio padre quando è finalmente tornato a casa pesava poco più di 40 chili». Per due anni Salvatore Sivo indossa sempre la stessa divisa con cui era stato arrestato. Estate e inverno, senza mai potersi cambiare. Si ammala gravemente. Un medico militare tedesco gli rilascia un certificato di invalidità al lavoro. «Da un lato fu una benedizione, perché non andava più in fabbrica. Dall’altro era una condanna a morte: gli inabili finivano nei forni».
La Repubblica di Salò - Nel lager arrivano anche gli emissari della Repubblica Sociale Italiana. Promettono il rimpatrio immediato a chi accetta di aderire a Salò. «Nessuno di loro accettò - racconta Gianni Sivo - Mio padre non era un rivoluzionario, aveva giurato fedeltà al re, ma aveva capito cosa aveva prodotto il fascismo. Disse: restiamo qui. Una scelta che costò la vita a circa 50mila militari italiani. Per questo il presidente Mattarella ha parlato del primo atto della Resistenza». La liberazione arriva con l’Armata Rossa. Ma la sofferenza non finisce. Salvatore Sivo torna a casa a piedi, da Amburgo a Napoli. Tre mesi di cammino. Il 12 maggio 1945 transita da Milano, dove il Comitato di Liberazione Nazionale gli rilascia un lasciapassare. Ha 35 anni, ma è un uomo distrutto nel fisico e nell’anima. È costretto a lasciare l’esercito, lavora nella fabbrica di pianoforti di famiglia. I polmoni sono compromessi, la depressione lo accompagnerà per tutta la vita. «Aveva crisi di pianto improvvise. Diceva sempre: “Perché io?”».
La morte - Muore a Bari, segnato per sempre dall’esperienza del lager. Gianni Sivo ha deciso di trasformare quella memoria in un impegno civile e giudiziario, avviando da avvocato e al contempo erede una causa contro la Repubblica Federale di Germania davanti al Tribunale civile di Bari, per il riconoscimento dei crimini subiti dal padre in quanto internato militare italiano. «Non lo faccio per il risarcimento - spiega con commozione nella voce e negli occhi - Lo faccio per la memoria. Queste persone sono state deportate, ridotte in schiavitù, fatte morire per una colpa che non avevano».
Tutti gli altri - Una storia individuale che racconta un dramma collettivo: 700mila militari italiani deportati, decine di migliaia morti. Un capitolo a lungo rimosso della storia nazionale, che oggi torna a chiedere giustizia e, soprattutto, memoria.















