«A Bari la periferia è nel centro cittadino», e il problema è l’idea di una «città a comparti» che concentra movida, turismo, negozi e iniziative solo in alcuni luoghi.
Lorenzo Scarcelli sostiene il progetto di riqualificazione culturale, sociale e turistica di piazza Umberto ma anche di piazza C. Battisti e piazza Moro «che oggi sono trascurate, soffrono isolamento e insicurezza». Guida un comitato cittadino che da anni chiede attenzione e interventi e non si accontenta di aver ottenuto, con un percorso partecipativo, cantieri per 4 milioni di euro che dal 2023 (e dopo il progetto esecutivo al vaglio della Soprintendenza) garantiranno un restyling dei giardini storici che al centro hanno l’Ateneo.
CRITICITA' La cura a problemi come vandalismo, risse, bivacchi, spaccio, non sta nella militarizzazione del territorio: «Il presidio delle forze dell’ordine serve ma non basta. È uno strumento puntuale. Utile certo, ma insufficiente se poi quello che dovrebbe essere un luogo centrale è abbandonato».
Bisogna tutelare il bene pubblico, occorrono una cultura del patrimonio territoriale, educazione ambientale e al rispetto dei luoghi da parte di tutti, così come serve immaginare il turismo come un’opportunità per la città nel suo complesso e non solo per il borgo antico o il lungomare. Insomma manca una rigenerazione che «colmi un vuoto» e sappia prendersi cura di beni storici e paesaggistici ma anche del futuro dell’area, delle potenzialità inespresse di una grossa porzione urbana che dalla stazione attraversa le vie dello shopping e arriva al mare. «Vogliamo vivere anche questa parte della città con iniziative sociali e culturali che sono poi ciò che attrae i turisti, ma anche le attività commerciali. Non si può pensare, ad esempio, che solo via Sparano concentri i negozi senza che la stessa possibilità sia data alle vie limitrofe. Così facendo, ragionando a macchia di leopardo, limitiamo lo sviluppo stesso di Bari».
Il comitato di piazza Umberto chiede dal 2007 uno «sviluppo più organico e omogeneo» della città e «opportunità di riscatto» perché la qualità di vita si misura e si percepisce se è diffusa.
PRESIDI E TELECAMERE «Bari non è una città malsana e insicura. La piccola criminalità c’è, come ci sono spaccio e vandali. Il contributo delle forze dell’ordine è importante ma la soluzione non è nei presidi di Polizia e Carabinieri. Bisogna far vivere la città con iniziative sociali e culturali. E’ questo il messaggio che non è ancora passato».
rischi I commercianti vorrebbero più controlli contro rischi oggettivi. «Rispetto la loro esigenza – dice Scarcelli - ma è legata al negozio, al locale, alla loro attività. Bisogna guardare la questione a 360°. A piazza Umberto abbiamo avuto il presidio ma non è servito a far vivere la città. Abbiamo messo 20 telecamere ma servono solo dopo, quando è già successo il problema. Noi invece dobbiamo prevenirlo. Serve il bello, l’unica cosa capace di scacciare il brutto».
L’esperienza ha questo senso: «Il commerciante guarda giustamente la sua situazione. Il compito di un comitato è segnalare anomalie, pensare all’insieme per dare un contributo costruttivo e di prospettiva all’Amministrazione».
BIVACCHI E CRIMINALITÀ «Ci sono sacche di povertà che si vedono e che sono aumentate con la pandemia. Vogliamo affrontare il problema o ci fa paura parlarne? La droga c’è e servono squadre cinofile e agenti in borghese però la soluzione non è militarizzare la città».
TURISMO I turisti a Bari sono arrivati ma «adesso possiamo pensare ai servizi, a organizzare la città in un progetto d’insieme? Vogliamo far vivere i monumenti? I beni pubblici devono essere tutelati e non è solo un problemi di fondi. Prendiamo l’Ateneo, un valore assoluto per Bari. Perché non esaltarlo? Anche il rettore Bronzini ha accolto il nostro progetto di riaprire il palazzo sulle due piazze, com’era in passato. Creerebbe passaggio, transito dei turisti». «Allo stesso modo – dice il presidente del comitato di Piazza Umberto - bisognerebbe valorizzare il giardino storico con le sue 430 piante come un orto botanico didattico o la fontana della stazione, l’ex Palazzo delle Poste o l’edificio ex Goccia del latte. Perché invece è tutto lasciato come se fossimo in una periferia? Sono 15 anni che ne parliamo».















