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Scuola e Covid

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BARI - Con il passaggio in arancione da ieri il 70% degli studenti di scuole superiori possono tornare tra i banchi. Ma l’impressione, almeno stando alle richieste di didattica a distanza pervenute agli istituti scolastici dalle famiglie, è che di alunni nelle classi del Barese ce ne saranno davvero pochi. Tra i motivi principali i trasporti. Gli studenti più grandi viaggiano con i mezzi pubblici, in scuole anche distanti da casa e l’affollamento spaventa non poco i genitori.
Nel frattempo alcune scuole avevano comunque fatto una ipotesi di lavoro, prevedendo per alcune classi, come le prime e soprattutto le quinte, la presenza al 100%, e la rotazione settimanale al 50% per le altre.
Ma proprio la ripresa di tutti gli studenti dell’ultimo anno in classe lascia molto perplessi alcuni.
«Buongiorno io sono una mamma particolare». Inizia così Paola, una donna che da tempo sta combattendo con un tumore e che oggi vive con una certa paura il possibile rientro del figlio a scuola. Per lei, ma soprattutto per lui, studente all’ultimo anno.
«Vedo mio figlio combattuto – spiega Paola – so che con una parte del suo cuore vorrebbe tornare a scuola, ma con l’altra pensa a me, alla mia situazione e ne è frenato». Una situazione difficile da risolvere: il figlio di Paola è uno studente all’ultimo anno dell’Istituto Alberghiero di Castellana, una scuola voluta con forza tanto da sobbarcarsi chilometri e chilometri ogni giorno per frequentare, vista la sua residenza nel Barese.
«Ecco perché il mio è una sorta di sfogo, di una mamma che si è stancata di sentire solo le associazioni pronte alla lotta per portare i figli in presenza in classe. Perché ci sono tanti problemi che non sono stati risolti, come quello dei trasporti, e la scelta di far rientrare i ragazzi ora, ad un mese quasi dalla fine dell’anno, espone tutti ad un rischio alto ed inutile. Espone loro stessi, studenti all’ultimo anno che, se si ammalano, che succede? Faranno la maturità a settembre? Espone me, mamma fragile e tante altre famiglie che ancora non hanno alcuna copertura vaccinale. Per questo dico a tutti: non pensate solo a voi stessi, per una volta pensate anche agli altri».
Paola è una mamma fragile, ma mentre parla sembra una leonessa. I suoi capelli corti mettono in risalto gli occhi che quasi fiammeggiano.
«Sono convinta, avendo visto mio figlio come si è impegnato in questo periodo, che non sarà un mese circa che cambierà lo stato delle cose, per come è andato quest’anno scolastico, ma può salvare un soggetto a rischio da un eventuale contagio e può salvare l'equilibrio mentale di un ragazzo che ha studiato per 5 anni e che è combattuto tra il tornare a scuola e la paura del virus di cui potrebbe diventare veicolo e vittima».
Si è fatto un gran parlare dei pazienti fragili si è dovuto fare pressione perché fossero presi in considerazione, ma la verità è che ancora tanti di loro sono senza alcuna copertura vaccinale. Paola è una di questa.
«Da oltre due anni combatto contro un aggressivo tumore al seno. Così aggressivo che dopo la mastectomia non ho potuto procedere alla ricostruzione di quanto mi è stato tolto. E’ stato ed è molto duro. Credo che non debba spiegare quanto. Ne parlo perché non ho nulla da nascondere o vergognarmi e perché la mia meravigliosa famiglia mi è stata vicina dandomi una forza incredibile. Nonostante tutto non posso essere vaccinata. Al momento, dopo vari cicli di chemioterapia e radio sto continuando una chemio per bocca ormonale che dovrò prendere tutti i giorni per 5 anni, e al momento vaccinano i soggetti fragili che ora stanno facendo la chemio in vena o la radio o hanno sospeso da 6 mesi. Così almeno mi hanno spiegato, tanto che io non sono stata vaccinata. Dovrò aspettare il mio turno anagrafico, forse, e visti i miei 52 anni credo che ne passerà di tempo. E’ da un anno che vivo da reclusa e altrettanto fanno i miei ragazzi, che per la loro mamma non escono di casa se non per motivi urgenti e improrogabili. Speravo nel vaccino per poter dare a loro un po’ di respiro e anche poter prendere fiato io ed invece no. In tutto questo ora ci dicono che i ragazzi devono tornare a scuola e sento tanti genitori assolutamente convinti che sia giusto. Io invece che vivo una vita molto più complessa ne sono spaventata. Non si fa che dire che la didattica a distanza ha allontanato i ragazzi dalla scuola, bé da quello che è la mia esperienza posso affermare che non è vero. I miei due ragazzi sono sempre lì davanti al computer. Il più grande ormai quasi tutti i giorni è costretto a prendere un antidolorifico per il mal di testa, perché oltre le 6 ore di lezione la mattina, continua a seguire altri insegnamenti anche il pomeriggio. E’ sfinito, ma tiene duro. Vedo una mole di compiti spesso immane, assegnati con la scusa che tanto devono stare a casa. Trovo incredibile da parte delle Istituzione che invece di preoccuparsi di iniziare il nuovo anno scolastico nel miglior modo possibile, magari sopperendo a tutte le deficienze che sono emerse in questo periodo di pandemia, si sia deciso di far rientrare quest'ultimo mese i ragazzi a scuola. Il virus non c'è più? No. I ragazzi sono stati vaccinati come i professori? No. Tutti i professori e chi è nell'ambito scolastico si sono fatti vaccinare? No. Hanno migliorato i mezzi di trasporto? Assolutamente No. E a tutte queste domande aggiungo: come faccio a stare tranquilla per questi ultimi 20-25 giorni di scuola sapendo che mio figlio deve fare circa un'ora di pullman ogni giorno per andare e tornare? Io potrei essere contagiata e nella mia situazione potrebbe andare non benissimo. E se fosse contagiato lui o qualcuno della sua classe che si fa? Gli esami a settembre? Dopo un anno e mezzo di terrore, ansia ed esaurimento per tutti, devo metterlo a rischio di rimandare l'esame per altri tre mesi? Assolutamente no».
Paola parla ed è un fiume in piena. Cerca risposte e nello stesso tempo non riesce ad arginare un dolore che la colpisce in pieno come donna e madre. Perché vorrebbe fare ciò che è meglio per il figlio e decidere non è semplice.

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