Martedì 22 Settembre 2020 | 13:55

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TRANI - Seppur fortemente danneggiato, il registratore dell’impianto di videosorveglianza è stato consegnato alla Polizia. Sarà utile, mediante una non facile attività di ripristino, per rispondere alla madre di tutte le domande sulla morte di Fedele Tarantini e cioè chi fosse alla guida del Suv che, salendo in retromarcia la rampa del box, ha investito il 63enne ex tenente della Polizia Municipale di Corato, molto conosciuto in città anche per il suo ruolo di presidente dell’associazione di pubblica assistenza SerCorato.

Gli inquirenti - le indagini condotte dalla Squadra Mobile della Questura di Bari sono coordinate dai sostituti procuratori della Repubblica di Trani Mirella Conticelli e Francesco Tosto - hanno molto più di un sospetto: pensano che il 21 luglio scorso, nella villetta di Via San Magno, alla guida dell’autovettura non ci fosse la compagna di Tarantini, autoaccusatasi dell’incidente, bensì un altro familiare. Se così fosse le dichiarazioni della donna sarebbero servite, almeno nelle intenzioni, a coprire la responsabilità di qualcun altro per la morte dell’ex vigile avvenuta il 26 luglio all’ospedale di Andria.

Due gli indagati, oltre alla compagna difesa dall’avvocato Michele Quinto. Si tratta della figlia di Tarantini, nata dal precedente matrimonio, e del figlio nato dalla successiva convivenza: entrambi sono difesi dall’avvocato Michele Musci. La figlia, a quanto pare, non sarebbe stata presente al momento di quella che Tarantini, ai primi soccorritori, definì una caduta ma che poi, con le dichiarazioni della compagna, assunse i contorni di un investimento. La donna riferì alla Polizia d’essersi avveduta della presenza del compagno solo all’ultimo e dunque di non esser riuscita ad evitarlo mentre, alla guida del Suv, saliva in retromarcia la rampa del garage.

Ma ben presto sono emerse perplessità alla luce delle contraddizioni tra i racconti di chi era presente, tra cui anche un giardiniere. Al netto di eventuali ritrattazioni, gli inquirenti tenteranno di estrapolare le immagini dal registratore dell’imponente impianto di videosorveglianza che, mercoledì sera, un familiare di Tarantini ha spontaneamente consegnato alla Polizia: il registratore era stato divelto dal sistema di videosorveglianza, evidentemente per tentare di confondere le acque sull’esatta dinamica e responsabilità dell’accaduto.

Ma non sarà l’unica attività tecnica, considerato che la Polizia ha anche sequestrato il cellulare di un giovane tecnico che avrebbe avuto un ruolo nel tentativo di impedire l’acquisizione delle immagini ritenute dirimenti. Anche la sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Intanto il luminol ha accertato la presenza di tracce di sangue sia sul paraurti posteriore del Suv (sequestrato) che sull’asfalto. Elementi che insieme ai primi risultati dell’autopsia (che ha ravvisato la compatibilità delle lesioni con l’investimento di Tarantini, dalla corporatura imponente ma diabetico e con problemi cardiocircolatori) sembrano confermare l’ipotesi di traumi da investimento con successive complicazioni. L’ipotesi potrebbe passare da omicidio volontario a omicidio colposo. Ma resta da appurare chi fosse davvero alla guida del Suv.

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