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“Non avrei mai immaginato di poter vivere una maxi emergenza del genere. Fino a quel momento Wuhan era una città lontana, troppo lontana per pensare che quel maledetto virus arrivasse da noi”. Francesca Mangiatordi, altamurana, è diventata il medico più famoso d’Italia grazie alla ormai celebre foto scattata a un’infermiera esausta sulla tastiera di un computer nell’Ospedale Maggiore di Cremona.

Una foto simbolo di quello che pazienti, medici e infermieri vivono 24 ore al giorno nei reparti di terapia intensiva e pronto soccorso a seguito dell’epidemia da Covid-19.
Quarantasei anni, Mangiatordi è in servizio nel pronto soccorso del nosocomio cremonese con 13 colleghi. In pratica uno degli epicentri dell’infezione. “Vivo a Cremona - racconta via social -, fino a quattro anni fa lavoravo nell’Ospedale della Murgia di Altamura. Mi sono trasferita con tutta la famiglia, marito e due figli”.

Che cosa significa essere in un pronto soccorso con pazienti contagiati che arrivano in continuazione, giorno e notte?
“Non avrei mai immaginato di poter vivere una maxi emergenza del genere. E’ ormai più di un mese, dal 20 febbraio, che non ci sono più orari per chi è in prima linea. Non ci sono più riposi, non c’è più sonno, non ci sono più abbracci. Wuhan era una città lontana, troppo lontana per pensare che quel maledetto virus arrivasse da noi. Avevo sempre pensato che avremmo guardato la tv e commentato in maniera distaccata gli eventi della Cina. Ora in tv ci siamo noi, ci sono io con tutti quelli che sono intorno a me”.

In quali condizioni giunge un paziente infetto da Covid-19?
“Hanno tutti la pelle blu, appaiono cianotici, sembrano tutti annegare, hanno fame d’aria, un solo passo li costringe a fermarsi. E poi la febbre, sono così bollenti che svengono. Tutt’intorno ci sono pazienti che chiedono aiuto, pazienti che vogliono divorare l’aria. Mi guardo intorno e non credo possa essere reale, troppa sofferenza, siamo troppo pochi noi sanitari per alleviarla tutta”.

Un episodio particolare che ha particolarmente colpito la sua sensibilità?
“Ogni giorno, ogni notte i pazienti aumentano di numero, tutti i reparti dell’ospedale sono trasformati in reparti cosiddetti Covid. E poi giunge la notizia del mio collega. Lui stava male, aveva la febbre, non respirava. Finito in rianimazione, è stato intubato per 10 giorni, è padre di una bimba di soli 2 mesi”.

Ora come sta?
“Ora sta meglio. E’ a casa ma non si è ancora ripreso del tutto, mi dice che quando cammina nella sua abitazione gli sembra di fare la maratona di New York. Dei 14 medici di pronto soccorso siamo rimasti in 5 e grazie a giovani colleghi che hanno accolto la nostra richiesta di aiuto possiamo proseguire nel nostro lavoro”.

I dati della Protezione civile indicano un lievissimo miglioramento nel numero dei contagi. Lei che è in trincea, avverte questa sensazione?
“Sì. In effetti ora percepiamo una lieve deflessione che ci fa sperare in un miglioramento generale, le misure restrittive forse ci stanno aiutando. Fino a pochi giorni fa qui c’erano ammalati a decine poggiati su barelle, su brandine della Protezione civile, erano scene che mi auguro di non rivedere più. A una certa ora torno a casa ma mi pesa farlo, il pensiero ai miei colleghi subissati di lavoro è sempre presente, come il timore di portare il virus a casa”.

Che cosa si dovrebbe fare per limitare al massimo i rischi?
“I sanitari dovrebbero essere i primi a essere protetti, con presidi, tamponi da fare qualora ci sia contatto con Covid positivi, rintracciabilità rapida dell’esito del tampone per evitare ulteriore contagio e soprattutto sanificazione dei compartimenti di emergenza. L’abnegazione e il grande senso di responsabilità dei professionisti in sanità è palesemente evidente. Troppi colleghi medici, infermieri, oss sono stati infettati solo perché hanno fatto e fanno quotidianamente il proprio dovere”.

E’ vero che siete costretti a scegliere tra chi ha maggiori aspettative di vita e chi meno?
“Sì, purtroppo sì. In rianimazione al momento ci sono 51 pazienti quando normalmente ce ne dovrebbero essere 9. I colleghi stanno supportando e sopportando una situazione davvero estrema e sono costretti a scegliere. La Siarti, Società italiana dei rianimatori, ha stilato delle linee guida su chi intubare e chi no in questo momento di pandemia”.

Perché è andata via dalla Puglia?
“Perché per aver chiesto miglioramenti nel pronto soccorso, io e il collega Francesco Papappicco fummo oggetto di provvedimento disciplinare, cui seguì la nostra protesta con 13 giorni di digiuno, dapprima incatenati ai cancelli della Asl di Bari. Poi mi sono trasferita qui a Cremona dove mi trovo bene”.

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