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BARI - Uno e trino. Il clan Di Cosola è tornato. In realtà non se ne è mai andato. Si è solo «frazionato» come scrivono nella loro relazione semestrale sullo stato della criminalità barese, gli analisti della Direzione distrettuale antimafia. La stagione dei pentiti e dei grandi processi arrivati a sentenza tra il 2015 e il 2018, ha lasciato credere che la cosca regnante su Ceglie del Campo, Carbonara e Loseto e con collegamenti a Capurso, Adelfia, Bitritto, Cellamare, Sannicandro di Bari, Santerano in Colle e Valenzano, fosse prossima a scomparire. Il primo ad abbandonare la nave nel 2015 fu proprio il «padrino» Antonio Di Cosola, detto «Strascinacuvert» che decise di collaborare con la giustizia per «salvare» la moglie, Rocca Palladino, 54 anni, arrestata perché ritenuta il tramite fra il marito detenuto e la gestione dei traffici illeciti del suo gruppo criminale. Per scagionarla, il boss decise di raccontare tutto ciò che sapeva sulla criminalità organizzata barese, e non solo.

Dopo di lui fu la volta del figlio Michele, insieme a suo cugino Paolo Masciopinto (nipote diretto di Antonio), nonché fratellastro di Lucia Masella, anche lei nipote del «mammasantissima» e moglie di Antonio Battista, indicato inizialmente dallo stesso Tonino «Strascinacuvert» come erede al trono («Ho abdicato nel 2009 a favore di mio nipote Antonio Battista» dichiarò dopo essersi pentito). Le confidenze del pentito Di Cosola si sono interrotte bruscamente con la sua morte avvenuta in carcere, a causa di un infarto, il 31 agosto dello scorso anno.

«Con la morte del suo capo storico, il clan Di Cosola, facente parte della “comparanza” stretta con le famiglie Capriati, Parisi e Diomede-Mercante - spiega nella sua analisi la Dia- ha continuato ad essere attivo nelle estorsioni e nel traffico di stupefacenti ed è rimasto diviso in tre diversi gruppi, tutti riconducibili a congiunti del boss defunto, in particolare a fratelli e nipoti». Questi gruppi, conclude la relazione, sarebbero «entrati in competizione tra di loro per conquistare la guida dell’organizzazione».

Insomma la decisione di «Strascinacuvert» di collaboratore con la giustizia (la moglie e il figlio continuano a risiedere in una località protetta) ha cambiato la storia del clan che continua. Picciotti e giovani d’onore hanno trovato nuovi capi e ripreso a lavorare mantenendo questa volta un profilo molto basso. Molti credono che i Di Cosola siano finiti, spariti dalla circolazione mentre per loro tutto sta ricominciando, nel silenzio. Ma chi sono gli eredi del «padrino»? Per lungo tempo l’uomo forte della famiglia, dopo Tonino è stato considerato Cosimo Di Cosola, 47 anni, suo fratello, ferito in un agguato nel 2003 e sfuggito nel 2004 ad un secondo agguato a Casamassima, città dove si era rifugiato (ignoti esplosero una raffica contro la sua abitazione e lanciarono una granata che distrusse la sua auto). Cosimo è tra le 26 persone raggiunte lo scorso maggio da un ordine di esecuzione pena per i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, spaccio, tentato omicidio, porto e detenzione di arma da fuoco, anche da guerra, con l’aggravante del metodo mafioso. L’attività d’indagine, denominata «Hinterland II», avviata nel maggio del 2011 e conclusa nell’agosto del 2013, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha documentato l’alleanza tra i clan Di Cosola e Stramaglia. Altre due figure assurte ai disonori delle cronache sono i cugini Domenico di 36 anni e Vincenzo Masciopinto, 19 anni, entrambi nipoti del padrino scomparso.

Domenico Masciopinto ha trascorso in carcere circa tre lustri per l’omicidio di Gaetano Marchitelli, il quindicenne studente-pony express di una pizzeria, assassinato per errore il 2 ottobre 2003, a Carbonara, nel corso della «guerra» tra i clan rivali Di Cosola e Strisciuglio. Era tornato in libertà da meno di un anno quando lo scorso febbraio è stato arrestato dopo aver cercato insieme al cugino 19enne e all’amico e sodale Giacono Facchini, 26 anni di estorcere denaro a Vincenzo Di Cosola, 33 anni, figlio di Francesco Di Cosola e nipote diretto di Antonio, quindi cugino dei due Masciopinto. Sono finiti tutti e tre in carcere. Secondo l’accusa i due Masciopinto, con la complicità di Facchini, avrebbero cercato di costringere il caro cugino al pagamento di una quota fissa (prima richiesta 200 euro a settimana, la seconda mille euro al mese) in cambio di una supposta «protezione» al pub dove Vincenzo stava lavorando.

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