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L'intervista

Minniti: la sinistra nelle periferie coniughi sicurezza e integrazione

L'ex ministro Pd, in Puglia per una serie di incontri. Elogia il sindaco di Bari Decaro

ministro Minniti

BARI - Selfie con i militanti del Pd, una dedizione antica al partito declinata con comizi e incontri in tutta Italia e come ristoro la lettura di mirabili saggi della raffinata casa editrice Bloomsbury. Marco Minniti, già ministro dell’Interno, era ieri in Puglia per la campagna elettorale, e con la Gazzetta ha puntualizzato le posizioni dei dem su sicurezza, immigrazione e alleanze.

ll voto sull’Europa sarà su una visione delle politiche dell’immigrazione?
«Sarà un voto sull’Europa e le sue prospettive. L’Ue mai come adesso è stata messa in discussione. Abbiamo delle forze di governo che, anche se non lo dicono, hanno l’obiettivo di mettere in discussione l’Unione, per avere un’Europa minima, che non può reggere le sfide del nostro tempo».

A quali temi si riferisce?

«Una mini Europa non può affrontare il tema dell’immigrazione, della sicurezza internazionale, del clima o dell’equilibrio sociale al tempo della globalizzazione. Paghiamo adesso le sconfitte degli ultimi vent’anni dello stato-nazione. Sull’immigrazione l’Italia è stata lasciata sola, perché non c’è stata una effettiva solidarietà. Eppure questo governo vuole una alleanza strategica con il gruppo di Visegrad che ha sempre negato ogni condivisione».
Il governo ha licenziato un primo Decreto sicurezza, lunedì dovrebbe arrivarne un secondo…
«Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Quello di Salvini è un decreto “insicurezza”. Ha cancellato la cosiddetta protezione umanitaria, istituto che c’era solo in Italia, che consentiva nel rispetto dei doveri un riconoscimento dei diritti. Con un decreto questa strada è stata interrotta. Ora tecnicamente dovrebbero essere rimpatriati. Ma lo stesso Salvini ha spiegato che per rimpatriare 500mila persone ci vogliono 80 anni… Se queste persone vengono tolte dalle legalità, ma non vengono rimpatriate, costituiranno un bacino immenso dentro il quale arruolano i clan mafiosi, quelli terroristici e la criminalità diffusa. Salvini poi ha cancellato l’accoglienza diffusa: volevamo piccoli numeri in ogni comune per far superare era diffidenza di chi accoglie, in un quadro di integrazione. Il paese che meglio integra è il più sicuro. Non è un caso che chi ha compiuto attentati in Ue sia un figlio dell’Europa, figlio della mancata integrazione».

Sui rimpatri…
«Una democrazia non può fare quello che facevano i colonnelli argentini. Per rimpatriare bisogna costruire le condizioni perché chi li riaccoglie consideri la cosa gestibile. I rimpatri si fanno se si ha una politica verso l’Africa, ma il governo ha utilizzato l’immigrazione come elemento di rottura con l’Europa. E ora l’Italia è isolata nel rapporto con l’Europa e con l’Africa».

Mentre la Libia è una polveriera…
«Se dovesse infiammarsi la guerra civile a bassa intensità, se dovessero aumentare gli sfollati da Tripoli, alla fine del Ramadan potremmo trovarci davanti ad una emergenza umanitaria di dimensioni enormi. In quel caso non ci sarebbero porti chiusi che tengano: perché scapperebbero dalla guerra e sarebbero detentori di protezione internazionale. Dum Roma consulitur, Saguntum expugnatur».
L’opposizione critica lo stile di Salvini ministro. Cosa non la convince?
«Quello dell’Interno è un ministro che fa parte di un partito, ma nell’immaginario è un ministro terzo, capo dei prefetti. Ma se fai diventare il Ministero dell’Interno un elemento dello scontro politico, alla fine si perde un punto cruciale di una democrazia. Il ministro dell’Interno non ha il compito di fare comizi, ma deve garantire i comizi degli altri. Questo è il cuore di una democrazia».

Nel suo saggio “Sicurezza e libertà” ha puntualizzato la differenza tra un razzista e un cittadino impaurito a cui la politica deve dare risposte. A sinistra la sua posizione ha creato molte frizioni.
«In anni di globalizzazione, terrorismo e flussi economici non governati è cresciuta la rabbia e la paura: questi due sentimenti coinvolgono i ceti più deboli ella società. Chi è impaurito in una periferia non è ricco, perché un ricco che vive in un quartiere ostile, cambia casa. I nazionalpopulisti tengono questi cittadini inchiodati alla paura. La sinistra deve parlare con gli arrabbiati e dare risposte, e quindi ripartire dalle periferie».

Zingaretti, anche evocando l’Urss, sposta il Pd a sinistra. È la strada giusta?
«Abbiamo fatto un congresso per voltare pagina, con una grande partecipazione. Il risultato notevole di Zingaretti gli dà la possibilità di guidare con forza libertà il partito. Dobbiamo dare una mano alla leadership. Sono della vecchia guardia e quando c’è uno scontro politico duro, si privilegia il fronte esterno».

Si discute di un ipotetico accordo Pd-M5S…
«È un messaggio politicamente infantile, perché è come riconoscere che nel governo giallo-verde c’è una destra e una sinistra. Ma se noi siamo la sinistra, così cancelleremmo noi stessi. C’è invece un gioco delle parti che non mette in discussione una alleanza tenuta insieme da un patto di potere, che ha superato il caso Diciotti - dove i grillini hanno perso l’anima - e la crisi per Siri».

Matteo Renzi va via dal Pd dopo le europee?
«Penso e mi auguro di no».

Il sindaco di Bari Antonio Decaro era tra i suoi sostenitori nella iniziale corsa alla segreteria dem.
«Decaro, come sindaco di una città divenuta capitale del Mediterraneo e presidente dell’Anci, ha interloquito con il mio ministero per realizzare una idea di sicurezza che univa controllo e sicurezza del territorio. Questo governo invece ha tagliato i fondi per le periferie, poi ripristinati dopo la battaglia di Decaro. Sicurezza, umanità e libertà devono stare insieme e questa è la battaglia simbolo di sindaci come Decaro».

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