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Il caso

Estetista uccisa a Mola, «L’assassino? Forse una donna»

Estetista uccisa a Mola «Condannate l'amante»

Dalle motivazioni dell’assoluzione di Colamonico, prima condannato e ora scagionato emerge un nuovo scenario

24 Dicembre 2018

Giovanni Longo

BARI - Tra le mani insanguinate stringeva dieci capelli appartenenti a una donna. Come in ogni giallo che si rispetti, il colpo di scena arriva nelle ultime pagine. Purtroppo, però, questo non è un romanzo, ma la storia vera, triste e tragica di Bruna Bovino, uccisa brutalmente nel centro estetico che gestiva a Mola di Bari, esattamente cinque anni fa. Antonio Colamonico, l’uomo che con la vittima aveva avuto una relazione e che per quattro anni e mezzo ha vissuto in cella con l’accusa di averla colpita al collo con delle forbicine (arma mai ritrovata), strangolata, e di avere poi incendiato il centro estetico con l’obiettivo di cancellare le prove del delitto, è stato assolto dalle gravissime accuse il 7 novembre scorso, dopo una condanna inflitta in primo grado a 25 anni di reclusione.

Adesso, dalle motivazioni appena depositate giungono nuovi spunti. Dopo avere smontato un tassello dopo l’altro il puzzle accusatorio, condividendo le argomentazioni dei difensori di Colamonico, assistito dagli avvocati Nicola Quaranta e Massimo Chiusolo, la Corte d’assise d’appello aggiunge molto altro, non risparmiando critiche sul modo in cui sono state condotte le indagini ed evidenziando elementi che i giudici di primo avrebbero ignorato. «La vittima - si legge nelle motivazioni - stringeva tra le mani ben dieci capelli, nove dei quali avevano caratteristiche del tutto identiche e ciò nel senso che erano tutti di notevole lunghezza, di forma ondulata ed erano stati trattati artificialmente con del colore rossiccio. Detti capelli, in considerazione delle rilevate caratteristiche non potevano che appartenersi ad un soggetto di sesso femminile». I reperti sono stati analizzati dal Ris, ma non è stato possibile estrarre dai capelli il Dna a causa della radice morta.

«Ciò posto - aggiunge la Corte - resta da capire quando e in che modo quei capelli ebbero a terminare tra le mani della vittima». Il fatto che fossero intrisi del sangue di Bruna «rende pressoché obbligata la conclusione che quei capelli terminarono nelle mani della vittima nel contesto dell’azione delittuosa che aveva condotto alla sua morte». L’assassino di Bruna può essere stata una donna? La Corte la mette così: «Appare decisamente ragionevole l’ipotesi che la vittima, nel contesto dell’azione delittuosa che condusse alla sua morte, ebbe a colluttare con un soggetto (o con soggetti) di sesso femminile. Evidentemente la Bovino, in un estremo tentativo di difesa, dovette afferrare per i capelli l’antagonista, così spiegandosi la ragione per la quale i capelli dell’antagonista (risultati colorati artificialmente di rossiccio) terminarono tra le sue mani e si sporcarono del suo sangue. Appare questa l’unica ipotesi logica legittimata dal rinvenimento - tra le mani della vittima - di capelli sicuramente appartenenti ad un soggetto di sesso femminile dalla vittima (soggetto che nella specie assunse, quindi, le vesti dell’antagonista della Bovino)». I giudici, presidente ed estensore Raffaele Di Venosa, giudice a latere Eustacchio Cafaro, indicano anche strade alternative che gli inquirenti non avrebbero percorso, magari anche solo per escluderle. Il riferimento è a quanto è stato rappresentato dalla difesa dell’imputato che riportava notizie di stampa in relazione alla denuncia che Bruna aveva presentato nei confronti di un centro massaggi di Triggiano per induzione alla prostituzione e violenza sessuale. La donna avrebbe dovuto testimoniare in quel processo. «Nulla, però, - osservano i giudici - è dato sapere della vicenda a cui ha alluso la difesa in quanto una tale pista, pur legittimata dal rinvenimento di capelli femminili tra le mani insanguinate della vittima e a conferma di indagini piuttosto lacunose e condizionate da una sorta di pregiudizio, non risulta essere stata esplorata». Al contrario, «indagini svolte nella direzione indicata dalla difesa probabilmente avrebbero consentito di acquisire elementi di rilievo». Siamo di fronte a uno «scenario che, del tutto diverso da quello ricostruito in sentenza (di primo grado, ndr) avrebbe richiesto una maggiore attenzione investigativa».

I giudici fanno a pezzi anche il movente che avrebbe spinto Colamonico a uccidere la Bovino. Stando alle indagini condotte dai Carabinieri, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal pm Antonino Lupo, Colamonico voleva interrompere la relazione. L’uccisione sarebbe avvenuta dopo una violenta lite. Ma dal processo è emerso come la vittima avesse deciso di chiudere il centro e come stesse per trasferirsi in Lussemburgo. Ma non finisce qui. Perché la vicenda è costellata di «grossolani errori», come vengono definiti nelle motivazioni. Rientra in questa categoria la vicenda del ripetitore «fantasma». Due testimoni chiave giurano di avere salutato la ragazza alle 18.20 del 12 dicembre 2013 in un orario in cui Colamonico era a Polignano a mare lì da dove non avrebbe potuto ucciderla. Ma dalle indagini emerge che la cella dei telefonini aggancia il ripetitore di corso Vittorio Veneto, nei pressi della Questura. Di conseguenza i testimoni potrebbero essersi sbagliati sul giorno. Nel giudizio d’appello si scopre però che il gestore telefonico ha commesso un errore: il ripetitore in realtà è quello di piazza Vittorio Veneto, a Torre a Mare, più vicino a Mola di Bari, anche perché in corso Vittorio Veneto neanche esiste. Il racconto dei testimoni diventa a questo punto coerente. Specie quando il consulente informatico della difesa, Raffaele Colaianni, riesce in extremis ad aprire il filmato che era inservibile e dal quale si evince che i due testi effettivamente sono in un bar dove avevano detto di avere preso il caffè, poco prima di avere salutato Bruna. Sono le 18.20. Lei è fuori dal centro. Fuma quella che forse sarà la sua ultima sigaretta. Alle 18.45 arrivano i vigili del fuoco chiamati per l’incendio. In questi 25 minuti Bruna è stata uccisa. Se Colamonico non era lì, il suo assassino (o assassina), è ancora libero.

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