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Da qualche giorno patiamo l’assedio puntiglioso di due avidi nemici delle mura di cinta della nostra serenità da dove scrutiamo la speranza

V-Day in Puglia, la dottoressa Dalfino prima vaccinata: «Mi sento sollevata. Spero di essere di esempio»

La signora Maria Caldarulo, 94 anni

Da qualche giorno patiamo l’assedio puntiglioso di due avidi nemici delle mura di cinta della nostra serenità da dove scrutiamo la speranza. I giornali, quelli di carta e quelli penzolanti per l’aria, compresa quella fritta, e vorticanti per il web non danno requie. Il primo assediante è la pandemia della Covid 19, malattia feroce e maledetta che non risparmia travestimenti e cambi di casacca, pur di sbaragliare le nostre difese immunitarie. Il secondo assediante la nostra quiete dolente, è la crisi politica, l’ennesima replica di una lunga storia di sconquassi politici della democrazia italiana.

Anche in questo cupo e sfilacciato attacco alla nostra quiete, abbondano travestimenti e cambi di casacche e vortici di ingiurie alla verità, degradanti stupri della ragione, tradimenti a iosa, e rinnegati alla rinfusa. Tutto assolto in nome della politica.
La cronaca abbonda di alterchi puntigliosi i cui animatori saccheggiano le cronache di quasi ottanta anni di democrazia, l’attrezzeria di decine e decine di crisi di governo, di scioglimenti anticipati del parlamento, i casi di alleanze variopinte e mutanti. La prosa vaneggia nell’indecisione e i prosatori non sanno più a quale santo votarsi. Ecco: dovrebbero votare un santo non votarsi a lui.

Ho pensato a qualche suggerimento che serva anche a me che scrivo, oltre a voi che, spero, leggerete. Cominciamo dal pensiero di un grande invaghito dell’Italia: «L’Italia! (…) Ognuno pensa per sé, dell’altro diffida, e i capi dello Stato, pure loro, pensano solo per sé». (W. Goethe)
Il cronista potrà ispirarsi, se vorrà fustigare, all’invettiva di Sordello mantovano che, in una cornice del Purgatorio, esclama: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello», versi in cui Dante si cava il capriccio di parlar chiaro per interposto trovatore e, grazie a una metonimia efficace, riesce a non dare direttamente della puttana alla nazione tutta, a quel tempo, dissoluta e sfilacciata.
Perché vi è qualcosa di buono nel nostro popolo e io l’ho rintracciato nelle riflessioni di Flaiano: «In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi». E ancora: «Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati». Se la politica la facessero simulando d’essere cognati, forse troverebbero prima le soluzioni, nonostante gli arabeschi.

Come, forse, sono riuscito a confidarti, caro lettore, pur nel tracciato mnemonico tortuoso, che non ne posso più di prendere tutto, anche la politica, troppo sul serio. Sarà che la paura fa in modo che la dissertazione ossessiva con una folla inaudita di esperti da strada, da bar, da marciapiede, da condominio, oltre che fonti mediatiche a scelta, mi aduggi e la speculazione senza fondamenta dilegua nella fede. Ecco.
E mi viene in mente, nel riordinare la memoria, il passato non lontano: semplicemente del tempo in cui era bambino. Anche allora! Erano dolenti le note dello sventurato destino dell’umanità alle prese col dolore, la malattia, la miseria materiale. Ma, anche ricordo la forza d’animo collettiva che permetteva al breve errore della vita di non essere sempre un Golgota da scalare. Perché la croce la si portava tutti insieme.
E non sono mai mancate le sventure da fronteggiare con l’ardente speranza che mutava in vita vissuta. In storia, grazie alla forza umana di vivere in quieta e un poco rassegnata armonia con il creato e con i nostri simili che del creato sono protagonisti.

Una volta andavano a Pompei, a San Giovanni Rotondo, alla Madonna del Pozzo, a Cascia. Ricordo, in ottobre, lunghe teorie di pellegrini per le strade di Bitonto, salmodiando, per scomodare i Santi Medici ed attivarne la sollecitudine taumaturgica. Cantavano, portando ceri massicci e si davano, poi, in attesa della grazia, a madornali mangiate di sedano, «formaggio punto» e salsiccia alla brace per sedare i languori delle penitenze.
Ricordo anche le scarpinate per visitare la Grotta di San Michele sul Gargano. Con portentosa allegria partivano con traini e biciclette cantando «Sciam a Sand Michel» e tornavano adorni di piumaggi colorati per addolcire, con la citazione delle ali dell’arcangelo, la tristezza del ritorno. E ricordo il viavai barese per onorare San Nicola, viavai compunto, generoso di preghiere e solare di vita comune.

«Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra». Così si canticchiava da bambini per ritmare l’innocente gioco del girotondo. Vi rendete conto? Quel «tutti giù per terra» scaramantico che culminava con capitomboli corali! Gozzano aveva già avvertito: «Trenta, quaranta, tutto il mondo canta. Canta il gallo, risponde la gallina» eccetera. Poi, adulti, siamo diventati prosastici. E prosaici: a mala pena ricordiamo «Ambarabà, cicì cocò, tre civette sul comò che facevano l'amore con la figlia del dottore. Il dottore si ammalò. Ambarabà, cicì, cocò!».
Oggi il dottore si ammala davvero. Troppo e troppo spesso. Merita il nostro amore. Abbiamo il dovere assoluto, di proteggerci per proteggere lui e tutti quelli che lottano contro il mostro minuscolo che assedia la nostra vita e il nostro sorriso. Il nostro villaggio.

Non rinunciamo al sorriso: il fievole preludio alla speranza. Dalle mura assediate si vede il mare. E dal mare arriva la bellezza, spira l’armonia. E affiora, connesso, il ricordo umoristico.
«Venere chi? Quella nella cozza?», tentò di precisare uno studente, nell’esame di Semiotica delle arti, interrogato sull’ingente corredo simbolico della «Nascita di Venere» del Botticelli. La sommaria indicazione del candidato riduceva la mitica imbarcazione di Venere al rango di mytilus galloprovincialis. Il vecchio caro peocio dei veneziani, la cozza, insomma.
Cozza o conchiglia, veleggiando sull’onda sospinta da brezze e zefiri sereni, la Venere del Botticelli guarda l’approdo che l’aspetta ed è come se sbirciasse, contemplando, la Città dell’Uomo. Siamo nel Rinascimento e ad aspettare la Dea della bellezza e dell’amore è la piazza ideale. Libera e abitata da uomini liberi di fare politica. Mentre l’insegna di un allevamento di molluschi nei pressi di Bari sventola il nome «Il cozzaro nero».

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