Lunedì 25 Marzo 2019 | 15:17

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La pena di morte? «Inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». La dura presa di posizione di papa Francesco, mentre anche in casa nostra spira il vento del Far West, spazza via le possibili eccezioni alla regola che permaneva nella versione vigente del Catechismo della Chiesa Cattolica. Con un rescritto a firma del cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il pontefice ha riformato il punto 2267 del Catechismo: la Chiesa “si impegna con determinazione per l’abolizione in tutto il mondo” della pena di morte.

Infatti, nonostante le prese di posizione degli ultimi pontefici, la prescrizione del catechismo non era ancora categorica. Il testo valido fino a oggi, dell’epoca di Wojtyla, recitava: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”. Non ci saranno più eccezioni. Intanto le condanne a morte nell’anno sono state almeno 2591 in 53 paesi, in decremento del 17% rispetto alle 3117 inflitte nel 2016. 142 Paesi hanno abolito la pena per legge o nella pratica. La ripresa delle esecuzioni in Botswana e Sudan non deve oscurare i positivi passi intrapresi da altri Stati. “I progressi dell’Africa subsahariana rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l’abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante sia in vista“, ha dichiarato Salil Shetty, segretario di Amnesty International.

La pena capitale si associa con altre violazioni del diritto internazionale. 15 Stati hanno emesso o eseguito condanne a morte per reati connessi alla droga, con un numero record nel Medio Oriente-Africa del Nord, mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di Stati che usano la pena di morte per quel genere di reati. Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro Stati: Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore. In Iran le condanne a morte hanno colpito 5 giovani non ancora diciottenni. In Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa hanno mandato a morte o sono in attesa di esecuzione persone con disabilità mentale o intellettuale. Così come in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq si sono registrati casi di condannati a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture.

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