Mercoledì 27 Marzo 2019 | 00:02

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Povera Italia combatte la ricchezza non la povertà

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Il calcolo elettorale è semplice. Se la stragrande maggioranza di chi vota riceve una pensione minima, è sufficiente tagliare gli assegni più corposi per rimpinguare quelli più modesti. Così il gioco è fatto: i consensi nell’urna, per i livellatori, saliranno alle stelle. Che, poi, molti tra coloro che riscuotono una pensione bassa, non abbiano versato contributi previdenziali o abbiano versato cifre irrisorie o, nella vita, si siano distinti nell’opera di beffare il fisco, poco importa. È la somma che fa il totale, direbbe il grande Totò (1898-1967). E siccome, ripetiamo, la somma dei pensionati al minimo è di gran lunga superiore a quella dei pensionati al massimo, la soluzione più conveniente, per chi vuole vincere le elezioni, è di togliere a chi riceve di più per dare a chi riceve di meno.

Uno vale uno. Tutti uguali. Capaci e incapaci. Colti e ignoranti. Laboriosi e sfaticati. Il messaggio indiretto lanciato da chi, come il ministro Luigi Di Maio, vuole colpire gli assegni previdenziali sopra i 4mila euro mensili (anche quelli calcolati con il metodo contributivo) per trovare risorse da destinare al reddito di cittadinanza o ad altre misure compensative, non si presta a molte interpretazioni: non conviene studiare molto, non conviene sgobbare sul lavoro, non conviene cercare di migliorare la propria condizione sociale. Tanto, provvederà lo Stato con i suoi programmi assistenzialistici a garantire una paga a tutti. Perché affannarsi tanto nella vita col rischio di vedere il vecchio compagno di classe che per decenni ha frequentato più bar che librerie, più sale bingo che studi professionali, ottenere dallo Stato la medesima mercede di chi non ha lesinato sforzi e tempo, e ha sempre onorato il contratto fiscale con la collettività? Già, perché darsi da fare?

Con la prospettiva, ancora più beffarda, di correre in soccorso della Razza Furbona, che risulta povera all’erario, ma ricca per le concessionarie d’auto e le località di vacanza.

Se davvero bisogna ricorrere a provvedimenti di esproprio per finalità redistributive, tanto vale allora affidarsi a un’altra patrimoniale, così anche gli invisibili al fisco, ma (si spera) non al catasto e ad altri organismi, qualcosa dovranno sganciare. Altrimenti, colpendo chi è riuscito a garantirsi una vecchiaia più serena attraverso una giovinezza più sacrificata, si aggiunge ingiustizia a ingiustizia. E, soprattutto, si boicotta la crescita economica di una nazione, perché di questo si tratta: penalizzando i più attivi, si disincentiva il merito, che costituisce la precondizione dello sviluppo socio-economico. Per non dire della ricaduta diseducativa, dell’inquinamento morale prodotti da legislazioni demeritocratiche.

Si continua a sostenere, come un disco rotto, che il comunismo è finito e che la stessa sinistra riformista è in crisi irreversibile. Può essere. Così, almeno, risulta dalle consultazioni elettorali in Europa e in altre aree del globo. Ma molti governanti, che pure non si dichiarano di sinistra, sono portatori di idee iper-egualitarie e iper-assistenzialistiche che la sinistra socialdemocratica degli anni Ottanta non si era mai sognata di avallare. Un nome per tutti, quello del premier svedese Olof Palme (1927-1986), socialdemocratico, la cui morte (per omicidio) tuttora rimane un mistero. «Il nostro dovere è combattere la povertà, non la ricchezza», era il manifesto di Palme. Traduzione: bisogna portare i poveri a essere ricchi, anziché portare i ricchi a essere poveri.

In Italia, invece, la ricchezza viene esecrata più della peste. Non si aspira alla crescita e all’eguaglianza verso l’alto, bensì alla decrescita e all’egualitarismo verso il basso. Né serve ricordare che prima di redistribuire è indispensabile produrre. No. In Italia la redistribuzione è una «variabile indipendente» che esula da ogni valutazione su esigenze di accumulazione conti, opportunità e convenienze.

La demonizzazione della ricchezza in Italia - salvo poi ignorare, condonare o perdonare quella accumulata con le truffe e le protezioni di Stato, cioè degli apparati politici - sta raggiungendo livelli sempre più grotteschi.
Esaminiamo il caso Cristiano Ronaldo. Il fuoriclasse portoghese approdato alla Juve percepirà, ogni anno per un quadriennio, un compenso di 30 milioni netti (circa 60 lordi). Il che significa che altri 30 milioni annui confluiranno nelle casse dello Stato italiano. Spetterà allo Stato decidere come utilizzare questa barca di quattrini che, in ogni caso, non è piccola cosa.
Ma l’operazione CR7 in bianconero è più complessa e mira più in alto. Il merchandising legato al nuovo simbolo della Juve genererà un fiume di entrate, che ovviamente non sfuggirà al fisco. Altri soldi per lo Stato. Quasi certamente Cristiano Ronaldo farà da testimonial alle auto di Fca, il che comporterà un incremento delle vendite dei modelli del Gruppo. Uno scenario senz’altro rassicurante, positivo per l’occupazione e per gli introiti fiscali.

Come si vede, non sarà solo CR7 ad assaggiare i frutti prelibati del suo nuovo strabiliante contratto. A cascata, ci saranno benefici per molti altri attori, a cominciare dal ministero delle Finanze.

Ma, nonostante tutto, nonostante queste riflessioni sulle cospicue conseguenze dello sbarco di Cristiano Ronaldo nel club che fu di Omar Sivori e Michel Platini, permane una profonda diffidenza verso i protagonisti e gli esiti della vicenda. Una diffidenza legata al vertiginoso giro di denari scatenatosi attorno all’ex attaccante madridista. Una diffidenza alimentata dal pauperismo di fondo che caratterizza larghi settori della cultura e dell’establishment del Belpaese.

Del resto, il pauperismo è l’altra faccia, oltre che la conseguenza, dell’egualitarismo. E viceversa. Ma come può risalire la china una nazione che mortifica i più bravi e grida allo scandalo su Cristiano Ronaldo che, nel suo campo, è, con Leo Messi, il numero uno al mondo? Come può riprendersi un Paese che taglia le pensioni di chi ha versato di più e scomunica i guadagni di chi trova qualcuno che ne apprezza e riconosce le qualità?
Non a caso, in Europa, l’Italia resta il fanalino di coda nella classifica della crescita.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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