Ambiente e salute
Quando il corpo «sente» l’invisibile
Cefalea, bruciore o prurito cutaneo, palpitazioni, stanchezza intensa, difficoltà di concentrazione, irritabilità e insonnia. Sono alcuni dei sintomi che alcune persone riferiscono in associazione alla presenza di dispositivi elettrici, reti Wi Fi, antenne o telefoni cellulari. Questo insieme di disturbi viene comunemente definito elettrosensibilità o elettroipersensibilità, un termine utilizzato per descrivere una condizione in cui il soggetto attribuisce il proprio malessere all’esposizione a campi elettromagnetici presenti nella vita quotidiana. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce un punto fondamentale. La sofferenza riportata può essere reale e anche fortemente invalidante.
Allo stesso tempo, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, non è stata dimostrata una relazione causale certa tra l’esposizione ai campi elettromagnetici e i sintomi riferiti, né esistono criteri diagnostici condivisi che definiscano l’elettrosensibilità come una singola malattia. Ma quanto è diffuso il fenomeno? La risposta più onesta è che varia molto. Le stime cambiano sensibilmente in base al metodo di rilevazione, al contesto culturale e alle modalità di raccolta dei dati. La stessa OMS parla di un ampio intervallo di prevalenza e di una forte variabilità geografica, con segnalazioni più frequenti in alcuni Paesi europei. Una quota minoritaria dei casi viene descritta come severa, con un impatto rilevante sulla vita quotidiana. Le indagini basate su autodichiarazione mostrano valori che oscillano da pochi punti percentuali a stime più elevate a seconda del periodo storico e del Paese considerato. Questo non indica un aumento diretto dell’esposizione, ma segnala quanto percezioni, aspettative e contesto influenzino la lettura del fenomeno. Il nodo centrale del dibattito scientifico ruota attorno a due domande chiave: le persone che si definiscono elettrosensibili sono in grado di riconoscere in modo affidabile la presenza di un campo elettromagnetico? E i sintomi aumentano quando l’esposizione è reale rispetto a quando è simulata? Numerosi studi sperimentali in cieco o in doppio cieco hanno cercato di rispondere a questi interrogativi. Nel loro insieme, le revisioni più accreditate indicano che i partecipanti non risultano più accurati dei soggetti di controllo nel distinguere le condizioni di esposizione reale da quelle simulate e che i sintomi compaiono spesso anche in assenza di esposizione effettiva.
Questo dato non mette in discussione la sofferenza, ma suggerisce che l’associazione temporale percepita non è sufficiente a dimostrare un nesso causale diretto. Anche le valutazioni istituzionali europee mantengono una posizione prudente ma chiara. Nel complesso degli studi analizzati non emergono prove solide di effetti avversi certi per la popolazione generale quando l’esposizione resta entro i limiti previsti dalla normativa. Allo stesso tempo, viene sottolineata la necessità di continuare la ricerca, soprattutto per specifiche condizioni di esposizione e per gruppi più vulnerabili.
Come spiegare allora il malessere riferito. I documenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità descrivono l’elettrosensibilità come un quadro reale, aspecifico e multifattoriale. Non una singola causa, ma una combinazione di fattori biologici, psicologici e ambientali. Disturbi del sonno, emicrania, stress cronico, ansia, dolore persistente, ipersensibilità a rumori o luci, qualità dell’aria negli ambienti chiusi, carico lavorativo e cognitivo, insieme a meccanismi di aspettativa e nocebo, possono interagire e amplificare la percezione corporea. È questa complessità che rende il tema delicato. Negare l’esperienza soggettiva o ridurre tutto a una sola spiegazione rischia di lasciare le persone senza risposte utili. Che cosa si può fare in concreto? Il primo passo è una valutazione clinica accurata, utile a escludere condizioni trattabili che possono produrre sintomi simili, come anemia, disfunzioni tiroidee, aritmie, disturbi del sonno, emicrania o effetti collaterali di farmaci. Il secondo passo è un intervento mirato sul funzionamento quotidiano. Lavorare su sonno, stress, dolore e benessere psicologico con un approccio personalizzato può ridurre l’intensità dei sintomi e restituire autonomia, senza la necessità di ricondurre tutto a una sola variabile. Accanto alla presa in carico sanitaria, alcune scelte di buon senso nella gestione della tecnologia possono aiutare. Usare auricolari o viva voce nelle chiamate, evitare il contatto prolungato del telefono con il corpo, preferire connessioni cablate quando possibile, posizionare router lontano dalle aree di riposo e proteggere il sonno riducendo la stimolazione serale. Queste misure non dimostrano una causa, ma possono migliorare il riposo e ridurre il carico di stress e preoccupazione.
L’obiettivo realistico non è eliminare ogni esposizione, cosa impossibile in una società elettrica, ma ridurre la sofferenza, migliorare la qualità della vita e aiutare il corpo a ritrovare un equilibrio. In questo spazio di ascolto e di cura, l’invisibile smette di essere un nemico assoluto e diventa una parte del contesto con cui imparare a convivere.