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Giù la testa davanti al mito
Morricone, una vita da Oscar

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di OSCAR IARUSSI

Sì, è vero, il Paese stenta a riprendersi nell’economia e nel lavoro, nonostante i tweet ottimisti del premier Renzi. Sì, è vero, la retorica della «rottamazione» dei «vecchi» politici non ha schiuso chissà quali opportunità per i giovani talenti, spesso in fuga oltre confine. Sì, è vero, la fiducia nel futuro magari è un po’ cresciuta, ma non quanto servirebbe per stemperare la percezione di un declino nazionale ed europeo per molti versi storico. Tuttavia basta relativamente poco per suscitare orgoglio nel corpo un po’ stanco dell’Italia. Per esempio, basta un Oscar. Nella «notte delle stelle» di Los Angeles un premio è andato al compositore Ennio Morricone, 87 anni, per la colonna sonora di The Hateful Eight di Quentin Tarantino.

Morricone «inseguiva» la prestigiosa statuetta dal 1978 quando ottenne la prima nomination per le musiche di I giorni del cielo di Malick, cui ne sono seguite altre cinque compresa l’ultima finalmente coronata dall’Academy Awards. Quasi quarant’anni di delusioni, la più cocente nell’87 per il mancato riconoscimento alle musiche di Mission di Roland Joffé, e nonostante l’Oscar alla carriera attribuitogli nel 2007, quando a premiarlo fu Clint Eastwood, amico fin dagli anni ‘60 dei western di Sergio Leone musicati da Morricone.

Ma se il premio alla carriera ha sempre il sapore di un risarcimento tardivo, un Oscar conquistato nella lizza assume ben altro significato. È la riscossa di un maestro che a dispetto dell’anagrafe è stato a lungo corteggiato dal ben più giovane Tarantino. È una sfida vinta, degna di nota per il Paese. Donde la pletora di dichiarazioni compiaciute dei politici di ogni ordine e grado (sarebbero bastate quelle del presidente Mattarella e di Renzi), e, soprattutto, il sentimento collettivo che da ieri mattina è palpabile un po’ ovunque in giro e sui social.

A festeggiare Morricone non sono soltanto i cineasti e i musicisti che ne ammirano il valore e forse ne invidiano le innovazioni. Egli, autore di estrazione accademica e compositore di avanguardia col gruppo «Nuova consonanza», introdusse chitarre, trombe, organi da chiesa, scacciapensieri nella musica da film. D’altronde, c’è una scuola italiana nelle «visioni sonore» che va da Goffredo Petrassi a Nicola Piovani, passando per Mario Nascimbene, Franco Mannino, Giorgio Gaslini, Pino Donaggio, Piero Piccioni, Carlo Siliotto, e, naturalmente, Riz Ortolani e il «nostro» Nino Rota.


È il pubblico a sentire l’Oscar italiano 2016 come una felice rivincita di chi - per restare al sodalizio con Sergio Leone - concepì il brano «fischiato» da Alessandro Alessandroni in Per un pugno di dollari (quando Morricone si firmava con lo pseudonimo Dan Savio o Leo Nichols), e «lanciò» il geniale urlo finale di Il buono, il brutto, il cattivo, e commosse mezzo mondo con la struggente orchestrazione di C’era una volta in America dal «Tema di Deborah» al flauto di Pan in «Poverty».

«Dedico questa musica e questo Oscar a mia moglie Maria» (con lui da sessant’anni). Così, in italiano tradotto dal figlio Giovanni, l’emozionatissimo Morricone ha chiuso il suo ringraziamento ai membri dell’Academy Awards, mentre la platea del Dolby Theatre gli tributava una standing ovation. Nel breve discorso il maestro ha citato il «rivale» sconfitto John Williams (che nella sua carriera è giunto a quota cinque Oscar e cinquanta nomination!), ricordando poi che «non c’è una grande colonna sonora senza un grande ispiratore come Tarantino e il suo team che ringrazio per avermi scelto». Una testimonianza di umiltà e dell’importanza del lavoro collettivo, proprio del cinematografo, che è un implicito monito per tutti, come dire?, tanto piano quanto forte.

Ma è stata anche la notte di Leonardo DiCaprio che a sua volta ha dovuto attendere 22 anni e cinque candidature (la prima per Buon compleanno Mr. Grape nel 1994 ) prima di ottenere l’agognato Oscar grazie a The Revenant - Redivivo del messicano Alejandro González Iñárritu. Lo avrebbe meritato molto di più nel 2014 per The Wolf of Wall Street di Scorsese, ma fa nulla. Il premio al divo quarantenne di lontane origini casertane - subito abbracciato da Kate Winslet, la partner di Titanic e l’amica di sempre - è un altro riconoscimento alla tenacia senza boria. Verde non di rabbia, ma di passione ecologistica, Di Caprio, stringendo la statuetta con una presa che diceva tutto, ha parlato del riscaldamento globale: «Per girare The Revenant abbiamo dovuto andare quasi al Polo. Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia... Bisogna agire per l’umanità e per le comunità indigene, per i figli dei nostri figli, le cui voci sono poste sotto silenzio dall’avidità di pochi».

Il premio per il miglior film a Il caso Spotlight di Tom McCarthy, ricostruzione dell’inchiesta giornalistica del «The Boston Globe» che rivelò i casi di pedofilia nella Chiesa cattolica, ha confermato l’impegno civile del vecchio «zio Oscar» - come lo battezzò una segretaria dell’«Academy» nel 1929, trovando che somigliasse a quel suo parente. L’Oscar ha 88 anni, uno in più di Morricone, eppure appare atletico e temerario grazie alle alchimie di Hollywood che trasformano persino le ribellioni in business. Unico neo: non gli piacciono troppo gli afroamericani, marginali o esclusi dalle nomination delle ultime edizioni nonostante la presidenza Obama. Ha promesso che rimedierà.

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