L'intervista

«Il bello e il cattivo tempo»: Cura e l'arte di cantare in coro senza perdersi, con autenticità

Bianca Chiriatti

La cantante, arrangiatrice, concorrente di X-Factor 2025 e corista - tra gli altri - di Rose Villain e Alex Britti, si racconta in una lunga intervista presentando il nuovo EP uscito oggi, lontano da mode e algoritmi: l'armonia come resistenza artistica

Quello del corista è un mestiere generoso, la tua voce ne fa brillare altre. Eppure per questo «saper stare», in scena, in coro, sul palco, nella vita, ci vuole un carattere deciso e una buona dose di tenacia. Sono caratteristiche ben strutturate nell'animo di cura, nome d'arte della romana Francesca Carbonelli, che esce oggi con un nuovo EP autobiografico, «Il bello e il cattivo tempo», richiamando un modo di dire antico, domestico, che spiega come si possa restare, non arretrare di fronte alle stagioni dell'anima, nel sole come nella tempesta. Una presa di posizione che questa cantautrice, arrangiatrice corale, concorrente di X-Factor 2025 e corista - tra gli altri - di Rose Villain e Alex Britti, dichiara con autenticità nel suo lavoro di otto tracce (due i feat, con la pugliese Evra, anche lei corista di Rose, e Federico Di Napoli), scritto, arrangiato, suonato, diretto e co-prodotto (insieme a Sam Lover) da lei stessa, fondendo R&B e suggestioni, racconti personali e suoni profondi di archi, chitarre e percussioni (su tutte la batteria del compagno Dario Panza, musicista di Annalisa, Willie Peyote, Ernia e molti altri), e regalando una presa di posizione ostinata contro algoritmi, omologazione, mode, tutto in nome della fedeltà a se stessa. «Soprattutto negli ultimi due anni, che sono stati particolarmente frenetici - racconta cura alla Gazzetta - stando a contatto con artisti affermati ho sentito dentro di me la necessità di fare qualcosa di autentico, riprendere in mano cose che avevo messo nel cassetto». Così come a X-Factor, dove è arrivata ai Bootcamp portando un arrangiamento corale de «La donna cannone» di De Gregori, raffinato e genuino come poche cose passate su quel palco.

L'EP uscito oggi 23 gennaio (il titolo glielo ha suggerito un detto della nonna) è solo un tassello della lunga storia di cura, che pur non avendo ancora compiuto trent'anni ha due lauree in Canto Jazz con Lode, un curriculum costellato di premi e collaborazioni importanti, e una famiglia alle spalle che le ha fatto respirare musica fin da bambina. «Mia madre insegna musica alle medie, ha studiato pianoforte classico per anni, mio padre è un grande fan di Pino Daniele, sono cresciuta circondata da musica di qualità. Poi sono la terza di tre figli, i miei fratelli maggiori tenevano alta la bandiera del rock e del jazz, io invece ho cominciato ad appassionarmi al pop, seguivo le grandi voci, Giorgia, Elisa, Tiziano Ferro. Ho sviluppato un senso critico e dei miei gusti musicali precisi». Fino a che non scopre l'armonia, una lungimiranza del papà: «I miei genitori avevano un coro di bambini in chiesa, e io ne facevo parte. Già con le suore mi divertivo ad armonizzare le canzoni, per passare il tempo durante la messa. Mio padre si è accorto che avevo un talento e mi ha fatto fare un'audizione al Saint Louis (la scuola di alta formazione artistica e musicale, ndr.). Avevo solo 13 anni, ero molto acerba, gli altri studenti andavano dai 20 ai 30. Ma Diego Caravano (Neri per Caso) ha colto il mio orecchio, e io mi sono innamorata del suo metodo, che replico ancora oggi. Mi piaceva imparare tutte le parti, anche le linee dei bassi».

E durante l'adolescenza comincia anche a scrivere le sue prime canzoni: «A 15 anni tornavo a casa, prendevo un piccolo pianoforte digitale e scrivevo canzoni sulle mie prime storie d'amore. Trovavo le note a orecchio, mi veniva naturale, anche se avevo molta vergogna a far ascoltare le mie cose. Poi è stato mio padre a spingermi a fare il Conservatorio. All'inizio l'ho preso con un po' di leggerezza, cercavo più l'indipendenza personale. Al triennio invece mi sono concentrata e ho iniziato a scrivere seriamente, per dare senso a ciò che stavo facendo». Durante la pandemia cura prende coraggio e pubblica le prime cover corali sul web, ma il punto di svolta arriva quando incontra il suo primo produttore, Erik Bosio, arrangiatore dei Cluster (anche loro ex X-Factor): «Lui ha apprezzato il mio lavoro, e da lì ho trovato un mio posto nel mondo. Arriva così il primo ingaggio importante, una live session con Ditonellapiaga. Ero al settimo cielo, alle sei del mattino sul treno mi mettevo ad arrangiare, fissavo le idee per catturare il flusso creativo. Poi è arrivato Britti, e Rose».

Lavorare con artisti affermati ha davvero cambiato il punto di vista di Francesca: «È un privilegio, da artista emergente, capire come funziona dall'interno il processo creativo e portare quell’esperienza nel proprio percorso. Ho imparato che la sicurezza è fondamentale: la paura di non piacere è il primo ostacolo da superare. Alex Britti, per esempio, è sempre rimasto fedele a ciò che gli piace, mi ha insegnato a fregarmene dei giudizi altrui. È determinato, coerente, mi ha smosso profondamente. Di Rose Villain mi è rimasta in testa una frase che ha detto a noi coriste, "Dovete essere imbarazzanti", nel senso di divertirci, senza fingere, come se fossimo bambini. La sua autenticità mi ha davvero folgorato: è una donna che nonostante tutto quello che ha raggiunto è rimasta umile, non fa altro che ringraziarti, sopra e dietro il palco, rispetta fortemente i progetti personali di chi lavora con lei. A volte mi stupisco del fatto che, tra le mille cose che ha da fare ogni giorno, trovi il tempo di rispondere alle mie storie, di darmi la carica, farmi un complimento». 

Una personalità decisa e fortemente sfaccettata, e cura stessa fotografa questo EP con l'immagine di «una porta che si chiude e un’altra che si apre. Non solo come opportunità, ma come un cambio rispetto al passato. Nel mio primo EP avevo bisogno di impersonificarmi completamente, oggi sento questo lavoro come parte di me, ma non tutto. Lo guardo, ed è accanto a me. Ho capito che bisogna vivere le cose quando arrivano, ma senza farsi travolgere. Osservare con "cura" senza essere ossessionati». Questa sera alle 21 cura presenterà per la prima volta dal vivo i nuovi brani a Lugano, in Svizzera (Studio Foce), nell'ambito della rassegna Random, condividendo il palco con Alba e Kashmere. E la sua famiglia osserva orgogliosa questo percorso: «Mio padre a volte sembra un po' incredulo. Avrebbe voluto aiutarmi di più, ma è contento di vedere che riesco a muovermi con flessibilità anche in generi diversi. Lui è razionale, quadrato, per lui tutto questo è nuovo, ma sa che ho un carattere che non molla». L'appoggio anche dal compagno, parte integrante di questo lavoro: «Mi trovo bene a lavorare con lui, è attento ai dettagli, ascolta le idee creative. Abbiamo lavorato insieme su testi e arrangiamenti, ed è bello perché ognuno ha portato la propria sensibilità. È un introverso, ma avere qualcuno che ti sostiene, anche senza doverlo chiedere, è prezioso. È raro trovare persone che comprendono e rispettano il lavoro personale di un artista». E questo disco, che è «musica per la musica», non per altri scopi: «Lo immagino come un bambino che entra nella scuola elementare con le maestre più buone - conclude - spero arrivi nel cuore delle persone. Io amo la musica per il piacere di farla, e questo resterà sempre con me».

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