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Il racconto

Sabato Santo a Molfetta, la processione con gli occhi di un confratello della morte

Incenso, immagini sacre e impressioni mistico sensoriali: un viaggio nelle parole di Claudio membro della storica organizzazione religiosa

MOLFETTA - La processione della Pietà del Sabato Santo a Molfetta è una vera istituzione che di fatto, dopo l'uscita dalla chiesa del Purgatorio, chiude i Riti della Settimana Santa. Un appuntamento imperdibile per fedeli e no. Per scoprirla e apprezzarla al meglio abbiamo chiesto a Claudio, confratello della Arciconfraternita della Morte di raccontarcela con i suoi occhi e questo è il risultato:

Erano le quattro del mattino, sabato santo.

Ricordo nitidamente i primi granelli di luce che, condensandosi, attraversavano il buio anfrattuoso dell’ingresso del borgo di Molfetta. I lampioni riposavano alla luce soffusa, quasi contrita, delle candele dei confratelli; enormi fiaccole donatrici d’istanti in cui poter ricostruire ricordi. In una goccia di clessidra, poi, il silenzio. Cantore insormontabile di una tradizione secolare e gelosamente custodita nelle membra di ogni tradizionalista, nel cuore di ogni devoto, nell’animo trepidante di ogni confratello e consorella.

Donne che affidano il loro incedere alla preghiera e ad una nenia per la “madonna degli afflitti”, straziante e piena di speranza, cantata nella processione dedicatale nel venerdì precedente la domenica delle palme. Avrò avuto tre o quattro anni quando, sentendola per la prima volta, scoppiai in lacrime e saltai in braccio a mamma, in puro stile koala.

Uomini che intrisi di tradizione generazionale, sogno e devozione, dopo aver recuperato dall’ armadio, volutamente celato, il loro camice con “mozzetta” e “muccio”, laccio nero, sacco rosso e medaglie d’argento di svariate tipologie e averlo minuziosamente stirato e sistemato, come avevo visto papà far tante volte quasi fosse l’unico abito da cerimonia, intonso e vissuto, corto perché cucito indosso in gioventù, stesso colore e diverse sfumature, in lino pesante per le rigide temperature di marzo o aprile, concentrato di ricordi, odori, gesti, emozioni.

Vivono, indossandolo in una frazione d’incenso, un’epifania annuale.

Nel giorno precedente, abbracciato a nonna, ero stato quatto e ipnotizzato ad osservare la mestizia, la bellezza e l’ingiustizia del male perpetrato, dei cinque misteri; simulacri lignei veneziani del XVI sec, raffiguranti le cinque scene cardine della passione, nella processione condotta dall’arciconfraternita di Santo Stefano, la più antica delle confraternite molfettesi, nonché più importante nelle manifestazioni pasquali . Nonna, purché facessi silenzio, mi aveva promesso un cospicuamente farcito “pizzarello”, sapore tradizionale della settimana santa molfettese di fioche pretese ma di bontà disarmante; pane caldo, tonno e capperi. Non aveva considerato però, il mio legame innato per tutto ciò che concernesse il folklore molfettese, in settimana santa. Sindrome di stendhal; scultura, significato e marce funebri ad accompagnare l’ “ancheggiar dolente” delle cinque statue, ma no, non mi sentivo parte reale di quei momenti, come se volessi esserne solo attonito spettatore.

“Io sono un confratello della morte, come papà” sentenziavo ripetutamente, scricciolo trasbordante di timore, parole, muco ma soprattutto curiosità. Era il pomeriggio del venerdì santo, quando costrinsi (sarebbe proprio il caso di dire, “misi in croce”) papà a comprarmi, quantomeno, la medaglia caratteristica dell’arciconfraternita, raffigurante un teschio su velluto nero… Perché sì, in nottata l’avrei seguito in processione, in quella a cui sentivo di appartenere. Sentivo di appartenere a quei momenti, a quell’atmosfera, a quell’odore di fiori, uomini e legame. Sentivo quelle statue mie, raffigurazioni in cartapesta cesellate nel ricordo di ogni molfettese che si rispetti, scolpite con arte impeccabile e sentimento impressionante nell’anima e nel genio del maestro Giulio Cozzoli, prima che nella realtà, insieme all’ “addolorata” prima menzionata.

Sette, tutt’e sette da togliere il fiato, tanto da lasciar senza parole anche il famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi. Sguardi vitrei, reali, quiescenti, sembianti d’acquisir vita e parola da un momento all’altro; di movenze tutt’altro che statuarie, come quella di San Pietro, prima statua ad uscire dal portone della chiesa del “Purgatorio”, con una mano sull’orecchio, quasi a richieder sordità dopo il terzo canto del gallo, e un’espressione smarrita e sbalordita, dal realizzarsi di un qualcosa che pensava non avrebbe mai avuto luogo e tempo. O come quello della Maddalena, sofferenza e pentimento fatta persona, convertita in una dolcezza che l’era sempre appartenuta; portata in processione nella sua seconda versione, meno “scandalosa” della prima ma, comunque, meravigliosa in ogni suo dettaglio, sfaccettatura o avvoltolarsi del panneggio.

Ma la “mia”, non era nessuna di queste. “La mia è la pietà”.

Ed eccola finalmente spuntare dal portone, deformata dal grave della croce e accompagnata dalla marcia funebre “Dolor” del compositore locale Saverio Calò e dal “Vexilla Regis”, canto latino medievale dedicato alla croce, con autore più accreditato Venanzio Fortunato, cantato dai confratelli in un tono di voce tenebroso, da contrabbasso, intimorente. Nonostante mi facesse paura, lo conoscevo a menadito. Incollato ai fianchi di papà, lo cantavo con la mia vocina da pulcino; non era importante che lo sentissero tutti, era importante che lo sentisse lei. “Mater lacrimosa” di volto ligneo, probabilmente settecentesco, d’origine francese, colta nell’immagine più patetica e tragica del “calvario” cristiano. Donna, trasparente nei suoi sentimenti incontenibili, non volto sacro ma donna tra le donne, con i boccoli sciolti e le lacrime in tempesta sopra il viso, mentre ha in braccio il corpo di suo figlio, “uomo fra gli uomini”, senza vita, livido, cosparso di sangue e abbandonato al silenzio.

Una visione estatica, dolente quanto straniante per la sua bellezza. Il Cozzoli terminò di scolpirla nel 1908, quando dopo numerosi studi sui corpi senza vita, seguendo le orme del Buonarroti “guida”, riuscì ad equilibrare nel peso e nella vista, l’immagine del Cristo con quella di Maria, ottenendo un capolavoro.

Come in Michelangelo, il Cristo sembra esser tornato bambino, adagiato sul grembo di sua mamma, che non dimostra in volto cinquant’anni, tutt’altro… Quasi l’immagine complessiva fosse un flash-forward, come quello teorizzato per l’opera custodita in San Pietro, in cui Maria, preso in braccio per la prima volta Gesù, ne concepisce l’orrida fine per mano dell’empietà dell’uomo; la stessa che “il re dei giudei” col suo sacrificio salverà dal peccato originale, annunciando l’esistenza di una vita dopo la morte e della conseguente possibilità di salvezza, conducendo una vita dedita all’amore.

Egli gronda sangue, ma continua a trasudar dolcezza nella sua posa dimenticata, mano nella mano della madre, costato violato, piedi freddi come la pietra che toccano, muscoli rilassati dopo secoli di tensione, capelli in panneggio pieni di sangue pianto dai rovi, occhi e bocca invece tacciono.

I suoi, invece, no. Urlano forte, nel tremendo pianto di una mamma che perde suo figlio, nel sussulto di un cuore in frantumi, malato, riempito di metastasi d’amore, che continuano a condurla al perdono, nonostante tutto.

La processione incede, lentamente, nelle preghiere dei fedeli, nella melodia delle marce, nel segreto dei portatori che, in un tremolio melodioso fatto di scricchiolii, parole sommesse e segnali sulle travi di spalla, si trasformano per un momento in atlanti di pietà, fede e penitenza, incappucciati per rispetto.

Alla ritirata ci son tutti, tutta Molfetta è in silenzio. Di solito, la processione comincia alle ore 12.00 e termina entro le 23.00, quella volta si è voluto che uscisse di notte, riportando la processione all’orario originario, del passato. Dunque a mezzogiorno la piazza era gremita, e la pietà oscillava sicura sulle note dello “Stabat Mater” del Rossini. Io, invece, ero con papà in chiesa. E nel vederla rientrare, come ogni anno, scoppiai in lacrime, legato indissolubilmente alla bitta della mia tradizione. Della mia fede, intima. Della mia Molfetta.

Claudio Mezzina

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