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Bari, addio a Francesco Perrone scampato alla furia nazista

Nato a Santeramo nel 1923 era stato «Imi». Fu premiato da Mattarella

Bari - Se ne va l’ultimo testimone della macchina della morte nazista durante la seconda guerra mondiale. All’età di 97 anni è morto Francesco Perrone che fu un internato militare italiano (Imi). Tre anni fa ricevette al Quirinale la medaglia d’onore dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante le celebrazioni della Giornata della memoria.

Venne rinchiuso dal 1943 al 1945 nel lager di Bitterfeld, in Germania, collegato a una fabbrica di sale. I prigionieri furono impiegati come lavoratori coatti.

La sua storia è stata ricostruita dai figli, grazie ai tanti lucidi e dettagliati racconti. La memoria è stata raccolta in un volumetto scritto dal figlio Nunzio, dal titolo «Francesco Perrone - Prigioniero n. 268».

Perrone nacque a luglio del 1923 a Santeramo. Da giovanissimo lavorò in campagna, in contrada Alvino, tra Ginosa e Matera. A 18 anni e mezzo venne chiamato alle armi. Era il 12 gennaio 1942. Arruolato nella 56esima divisione di fanteria «Casale» fu destinato alla campagna di Grecia, con compiti di combattente e barelliere. I soldati italiani furono schierati per contrastare la resistenza greca, sostenuta dagli inglesi. Lui si salvò per miracolo durante un combattimento in cui fu ferito a un braccio.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i soldati italiani allo sbando, temendo di fare la stessa fine del contingente trucidato a Cefalonia per aver disobbedito, decisero di consegnarsi ai tedeschi, con la promessa di essere riportati in Italia. «I tedeschi - raccontava Perrone - ci portarono ad Atene, ci misero su un treno per trasporto bestiame, 50/60 per vagone, e da lì iniziammo un lungo viaggio verso l’Europa centrale che durò una ventina di giorni. Eravamo convinti di tornare a casa».
Invece, arrivati a Vienna, furono dichiarati prigionieri di guerra. Il convoglio si diresse in Polonia. E poi arrivò a Bitterfeld, vicino Lipsia. Fu l’inizio di un’altra odissea ma paradossalmente anche una salvezza. Perché dover lavorare in una fabbrica dove si produceva il sale «ci salvò - prosegue la sua testimonianza - perché potevamo anche essere destinati in Russia o addirittura essere mandati in qualche campo di concentramento. Il campo di prigionia era fatto di baracche di legno. Ognuna poteva contenere una quarantina di prigionieri. Lavoravamo per 8/10 ore al giorno. Il lavoro era duro ma nel complesso ci consideravamo fortunati. Eravamo vivi!».

Una lotta quotidiana contro la fatica, la fame, contro le temperature rigide. Si salvò due volte «per miracolo» durante la prigionia mentre tanti compagni morirono. La prima volta durante un bombardamento in cui rimase distrutto proprio il rifugio in cui ripararsi, ed esserne rimasto fuori fu la sua salvezza. La seconda in un mitragliamento aereo.

Il campo fu liberato dagli americani ad aprile del 1945. Quindi il lungo ritorno a casa, a piedi o con ogni mezzo possibile. Una volta tornato, cercò di riprendere la vita di prima e di dimenticare. Perché «le guerre le fanno i soldati, persone semplici che spesso non sanno neanche contro chi combattono e perché. E alla fine sono sempre loro a morire».

Dal 1953, dopo il matrimonio con Vita Maria Calia, si trasferì ad Altamura dove lavorò nell’azienda agricola di famiglia in zona Ceraso (via Ruvo). Il giorno in cui Mattarella consegnò le medaglie d’onore, il 25 gennaio 2018, nonostante l’età avanzata Perrone non volle mancare alla cerimonia al Quirinale.

«Grande emozione e commozione - disse - perché ho apprezzato il fatto che lo Stato finalmente riconosce chi lo ha servito in guerra. Anche se sono dovuto arrivare a 95 anni per questo». Insieme a lui, il riconoscimento fu consegnato pure a due reduci di Bergamo che avevano combattuto sul fronte jugoslano.

La storia di Perrone era rimasta sommersa fino a quel momento. È stata la famiglia a mettere insieme i tasselli e a farla conoscere.

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