diario di classe
Ragazzi, riscrivete voi il resto della storia!
Mi chiedevo, l’altra sera, mentre li guardavo con una certa materna soddisfazione ballare, in piena fioritura come gli alberi in primavera, se davvero il nostro lavoro sarà servito a qualcosa...
Neanche le oltre 160 giovani studentesse morte sotto il peso della loro scuola bombardata in Iran fanno più scalpore. Resta una notizia fra tante, nel sottofondo indistinto di immagini da film distopico a cui assistiamo da tempo assuefatti.
La morte delle bambine non ci turba come dovrebbe: la distanza raffredda l’emozione. Il resto lo fanno la lingua, il colore della pelle e l’appartenenza a un Dio che non è il nostro. I loro corpi non valgono la nostra sofferenza, né la nostra riflessione rispettosa, né un minuto di silenzio, come abbiamo sentito di dover fare nelle nostre classi, al rientro dalle vacanze di Natale, per le giovani vittime del disastro di Crans Montana. Quelli erano tutti figli nostri. Loro sono figlie di un Dio minore che non riconosciamo e che suscita in noi, nel migliore dei casi, una partecipazione distratta. Accettata come il risultato di una necessaria azione di guerra per esportare la democrazia, la nostra flebile democrazia occidentale, o ciò che ne è rimasto.
Dopo, terminata la tempesta, anche loro saranno finalmente liberi di assomigliarci, ma che prendano di noi ciò che di buono è rimasto, ammesso che ci sia ancora qualcosa per cui si possa fingere di ergersi a un qualche tipo di modello culturale. Io fatico a crederlo.
Fatico a crederci mentre, mio malgrado, scorrono le immagini degli orridi e perversi video emersi dai file di Epstein, vomitati persino sui social. Scorrono anch’essi come fossero immagini qualsiasi, tra una ricetta e l’altra di cucina. Divenute nel corso delle settimane poco più che ciò di cui discutere, come uno qualsiasi dei tanti documentari di Netflix di cui chiacchierare al bar. E mentre tutto accade, perseguiamo in qualche modo, la nostra vita, fingendo di vivere un tempo normale.
Tutti giù per terra!
Ve lo ricordate? A me è venuta in mente l’altro giorno, questa frase antica presa in prestito da un vecchio gioco da bambini, che forse non conoscono nemmeno i nostri figli, ma che sarebbe abbastanza per fermarci un attimo e rimettere i pensieri - almeno quelli - al proprio posto.
Nel frattempo tutto va avanti: le nostre vite, le nostre abitudini ed i nostri rituali irrinunciabili. L’altra sera tutti commossi durante la cena dei 100 giorni, una sorta di rituale collettivo, noto a chi vive la scuola, che finge di fermare il tempo, o quantomeno di riconoscere che c’è un tempo per tutto, e che persino quello della scuola è un tempo a termine. Tra cento giorni - novantanove, novantotto, novantasette…- ci risaluteremo commossi, ancora emozionati, fingendo di non perderci di vista, di mantenere i contatti. Mentre gli studenti - i nostri ragazzi - come li chiamo io, ci promettono che non ci dimenticheranno mai.
Chissà quanto durerà questa promessa!
E mi chiedevo, l’altra sera, mentre li guardavo con una certa materna soddisfazione ballare, in piena fioritura come gli alberi in primavera, se davvero il nostro lavoro sarà servito a qualcosa. Ad indicargli una strada - per niente dritta, lo sappiamo - ma che sia una direzione. La capacità di interpretare questo mondo violento, di prenderne le distanze, di riconoscere la differenza tra il bene e il male. Sapranno fare meglio del disastro che gli stiamo consegnando nelle mani. Ne sono certa. Greta stasera era raggiante e Sonia emozionata, ballavano scatenate come non le avevo mai viste. E la luce abbagliante, era la luce che solo i giovani sanno fare. Non dipesa dalle luci stroboscopiche anni ‘80, ma dalla leggerezza dei 18 anni e tanta storia ancora da scrivere. Gianmarco, Luca, Giuseppe, Veronica, Martina, Luciano,Adriana…
Riscrivete voi il resto della storia. Riscrivetela tutta daccapo!