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Federica Marangio

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Uno spazio per stimolare la conversazione con i cittadini sull'eco dell’ambiente nella nostra salute. Commenti e opinioni a federicamarangio@gmail.com

Dalla dea bendata ai giorni nostri

Fortuna: dal suono della parola all’espressione del suo valore. Dal significante al significato, in linguistica. E ancora, dall’etimologia al peso di un lemma che si arricchisce di contenuto oggi più che mai.

Fortuna è tra le parole felici che attraversano i secoli arrivando ai giorni nostri facendo bella mostra di un passato vivace e dinamico. Dal latino fors, era nell’antichità una parola ancipite, utile sia ad indicare un destino fausto sia infausto, di incerta etimologia e dal significato neutro potendosi rivelare nel tempo una possibilità propizia o sciagurata. Nel greco la sfaccettatura è più variegata, presentando questa lingua una notevole varietà lessicale.

Il termine più frequentemente impiegato è Tychē, derivato dal verbo tynchanein che segnala l’accadere puramente casuale e imprevedibile. Tychē tratteggia una forza divina inarrestabile, ineludibile e, come la fortuna latina, può tradursi nella bontà o nella ostilità delle azioni.

Sempre in greco si accompagna a prefissi che la qualificano, positivamente – eutychia – o negativamente – atychia o dystychia. Questa digressione etimologica val bene una riflessione che dal campo semantico si estende al significato sociale. Così oggi a fortuna equivalgono parole altisonanti quali ricchezza, patrimonio, beni e si associano espressioni che inglobano modi di dire pregni di valore. In questa lettura insolita del termine “fortuna” si incasella il fascino di poter contare su amici sinceri.

Se spesso ci si concede la metafora dell’amore cieco, è più che altro la Fortuna ad incarnare i tratti della dea bendata che per caso o per fortuna, appunto, tocca qualcuno. E l’amicizia nell’autenticità dei valori che esprime è una grande fortuna. Il rinomato proverbio “chi trova un amico trova un tesoro” risale al detto biblico contenuto nel libro del Siracide viene attribuito al re Salomone o a un contemporaneo che così sentenziava: «…Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore…»

In un momento in cui qualcuno ha definito la gentilezza un atto rivoluzionario, l’amicizia è quel bene fortuito che ci rende migliori.

Nel vero amico riponiamo fiducia e a lui guardiamo non senza celare un profondo senso di ammirazione, perché in alcuni aspetti vorremmo essere ad egli simili. Come scrive Cicerone nel “Laelius de amicitia” «idem velle atque idem nolle», «desiderare e respingere le stesse cose», l’amicizia è un sentiero, un percorso in cui si fanno scelte comuni di approvazione o di dissenso.

E nella lista infinita di ciò che può essere amico, preso come aggettivo qualificativo, rientrano tutte le esternazioni di vicinanza, affetto, presenza e stima che anche il più minuscolo dei gesti porta con sé.  

 

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