il prestito

Boc, il maxi debito fuori bilancio al Comune di Taranto: 4 milioni per chiudere il contenzioso

FABIO VENERE

In Consiglio le parcelle degli avvocati che seguirono il caso: sta così per chiudersi un lungo e complesso caso a suon di carte bollate

Non c’è solo il bilancio di previsione 2026. Quasi in coda alla riunione del Consiglio comunale di Taranto, prevista per martedì prossimo, infatti, all’ordine del giorno è stato inserito il riconoscimento di un maxi debito fuori bilancio collegato all’infinita questione del prestito Boc, sottoscritto dal Comune tra il 2003 e il 2004.

In particolare, con i 4 milioni 195mila euro che l’Amministrazione comunale si appresta a sborsare, sta per chiudersi un lungo e complesso contenzioso a suon di carte bollate con gli avvocati baresi Ida Maria Dentamaro e Angelo Bracciodieta. Quest’ingente cifra, suddivisa quasi equamente tra i due professionisti esperti in Diritto amministrativo, trova origine in una vicenda che affonda le sue radici in un passato lontano, legato alle turbolenze finanziarie che hanno segnato il Comune di Taranto negli ultimi decenni.

Per la cronaca, il debito in questione deriva da un’ordinanza esecutiva emessa dalla Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, che ha sancito il diritto dei legali a percepire compensi ben superiori a quelli inizialmente liquidati da Palazzo di Città. Nel dettaglio, la genesi di questo scontro legale risale di fatto al dicembre del 2003, quando l’Amministrazione Di Bello stipulò un contratto di advisoring con Banca Opi (poi acquisita da Banca Intesa) per un’operazione finanziaria di vasta portata, che comprendeva un prestito obbligazionario da 250 milioni di euro e un’apertura di credito da 100 milioni.

Nel 2009, il Tribunale di Taranto dichiarò la nullità di queste operazioni, ma condannò il Comune alla restituzione delle somme percepite; una decisione, questa, che spinse il Municipio ad affidare agli avvocati Dentamaro e Bracciodieta l’incarico di impugnare la sentenza (proprio di recente, la Corte d’Appello di Lecce ha confermato la nullità del contratto e stabilito che il Comune non deve restituire all’istituto di credito neppure la sorte capitale del prestito).

In quegli anni, esattamente durante l’Amministrazione Stefàno, il Municipio portò avanti la tesi in base alla quale i compensi dei due avvocati avrebbero dovuto essere liquidati ai minimi tariffari in caso di vittoria e decurtati del 20 per cento, rispetto agli stessi minimi, in caso, invece, di esito negativo o parziale. Tesi, evidentemente, non condivisa dai professionisti baresi.

E così dopo un primo pronunciamento della Corte d’Appello nel 2017, che aveva riconosciuto ai legali poco più di 1 milione di euro complessivi applicando proprio la decurtazione del 20 per cento, la situazione si è poi ribaltata a seguito di un ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, nel 2023, ha annullato il precedente provvedimento rinviando la causa nuovamente alla Corte d’Appello, dove i legali hanno chiesto il riconoscimento dei minimi tariffari integrali e una maggiorazione dovuta alla complessità della difesa avviata, peraltro, contro più parti (nel procedimento si era aggiunto il “tesoriere” del Comune, la Banca Popolare di Puglia e Basilicata). L’ordinanza finale dello scorso autunno, quindi, ha dato ragione ai professionisti, stabilendo un onorario di 1 milione 380mila euro ciascuno, a cui si devono però aggiungere rimborsi forfettari, oneri previdenziali, Iva e, soprattutto, una pesante quota di interessi moratori maturati a partire dal 22 aprile 2015. Il calcolo finale, aggiornato a marzo 2026, porta il totale dovuto a ogni singolo avvocato a 2 milioni 97mila euro. Che, tirando una riga, porta il debito complessivo a 4 milioni 195mila euro. Per la cronaca, la copertura finanziaria è stata individuata prelevando poco più di 1 milione di euro dal bilancio comunale e sbloccando circa 3 milioni che, invece, negli anni scorsi, erano stati opportunamente accantonati nel Fondo rischio-contenziosi.

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