i nodi dell'acciaio
Ex Ilva di Taranto: «Emergenza sanitaria? Un quadro fasullo»
Il consulente dell’ex Ilva: non sono le emissioni a causare malattie
La situazione prospettata dal ricorso dell’associazione Genitori Tarantini «dipinge surrettiziamente una condizione di rischio ambientale e di rischio sanitario nell’Area di Taranto elevato mentre, come i dati dimostrano, il rischio sanitario attuale, legato alle condizioni ambientali, si riscontra minore rispetto ad altre città pugliesi e a molte altre città italiane». Nella città dell’ex Ilva, insomma, le condizioni ambientali sono migliori del resto di Puglia e anche di alcune città italiane. Lo ha affermato, nero su bianco, prof. Alfonso Cristaudo, già Ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Pisa, che su richiesta dell’ex Ilva ha condotto e firmato una consulenza depositata a dicembre 2021 (durante la gestione targata Lucia Morselli), che in sostanza nega l’emergenza sanitaria a Taranto, scagiona le emissioni dello stabilimento e sulle cause delle malattie e morte punta il dito contro fumo, alcool e altri insediamenti industriali.
Nelle 155 pagine, anticipate ieri dalla «Gazzetta», il docente universitario aggiunge tra le conclusioni che sostanzialmente il quadro descritto dalle associazioni, ma soprattutto dai tanti scienziati che si sono occupati del caso Taranto, è falso. Frutto di errori di calcolo, di metodo e di dati non considerati. Nelle sue conclusioni, infatti, il consulente della fabbrica spiega che il rischio per la popolazione ionica «è derivante solo in parte dalle emissioni dell’area industriale e di queste solo in parte dello Stabilimento Ilva in As, soprattutto antecedenti al 2012». In quel 2021, secondo Cristaudo le emissioni sono ampiamente contenute entro i limiti di legge (non solo in assoluto per la quantità di polveri ma anche per la loro costituzione e per gli altri inquinanti considerati) ed in continuo miglioramento». Non solo. Il consulente chiarisce anche che «il procedimento giudiziario chiamato “Ambiente svenduto” ha definito come inquinante la produzione dell’ex Ilva fino al 2012 e ha determinato uno stigma che permane tutt’ora, nonostante i dati ufficiali certifichino che i dati di qualità dell’aria e le emissioni dello Stabilimento Ilva in As rientrino (già da qualche anno) nei valori di legge e siano molto vicini anche ai limiti suggeriti dall’Oms, anche grazie ai cospicui investimenti e interventi preventivi messi in opera». Punti sui quali, invece, la magistratura e i sindacati ha costantemente contestato denunciando proprio la mancanza di manutenzione agli impianti.
La sentenza dei tribunale di Milano, che ha accolto l’azione inibitoria avviata da 11 cittadini - disponendo lo stop alla produzione dal 24 agosto se una nuova Aia non regolamenterà una serie di aspetti come i «wind days» e le emissioni di pm2,35 e pm10 - spiega invece che evidentemente le cose stanno in maniera differente. I magistrati meneghini ritengono che esista ancora oggi «in capo alle persone residenti in zone limitrofe allo stabilimento, un elevato rischio di lesioni gravi per effetto dell’attività industriale svolta dallo stabilimento» e che servono misure urgenti che assicurino a quelle persone la «ragionevole certezza» di vivere senza il timore di malattie gravi o comunque di vedere intollerabilmente violata la serenità della propria vita per effetto dell’attività industriale svolta nello stabilimento».
E sulla relazione, i giudici hanno scritto nero su bianco che «le risultanze della consulenza Ilva sono state completamente e radicalmente confutate» da un’altra consulenza depositata dagli avvocati Ascanio Amenduni e Francesco Rizzo Striano e redatta dalla pediatra Annamaria Moschetti. Questa perizia, tra i tanti elementi, ha evidenziato come diversi studi abbiano già dimostrato che gli inquinanti si presentano in concentrazioni maggiori nei quartieri Tamburi, Paoli VI e Statte, e anche che la riduzione del quoziente intellettivo e i disturbi del neurosviluppo nei quartieri a ridosso dell’area industriale, siano la conseguenza di inquinanti metallici, in special modo il piombo che Ilva produce in quantità 9 volte superiore a Eni. Dati e ricerche che il tribunale ha condiviso perché «basati su dati e considerazioni scientifiche ampiamente riconosciuti e documentati».