Il caso
Taranto, abbandonato in casa per tre giorni: condannata a oltre 4 anni la badante
L’anziano morì qualche tempo dopo il ricovero in ospedale
Quattro anni e otto mesi: è questa la condanna che la Corte d’assise di Taranto ha inflitto alla 64enne che era accusata di abbandono di incapace per la morte, avvenuta nel giugno 2020 di un anziano - che abitava nei pressi di viale Magna Grecia - caduto dalla poltrona e rimasto a terra per tre giorni senza cibo né acqua. La vittima era stata poi soccorsa e successivamente trasferita in diverse strutture sanitarie della provincia: il suo quadro clinico precario, tuttavia, ne aveva infine determinato il decesso, alcune settimane dopo, mentre era ricoverato. A decidere di condannare l’imputata, difesa dall’avvocato Giorgia de Tomasi, la Corte presieduta da Fulvia Misserini – a latere il giudice Loredana Galasso – che in sentenza ha inflitto una pena più alta dei 3 anni e 6 mesi formulati dalla pubblica accusa. I magistrati hanno poi rimesso gli atti alla Procura – che valuterà le azioni penali da compiere - in merito alla testimonianza del nipote dell’anziano: assolto nel processo con rito abbreviato per gli stessi fatti, il familiare della vittima aveva deposto in aula alcuni mesi fa. Punti salienti delle sue dichiarazioni, l’aver riferito che la 64enne non fosse in realtà la badante dello zio: un elemento valorizzato anche dalla difesa dell’imputata che, durante il dibattimento, ha sempre sostenuto che la donna svolgesse in realtà solo le pulizie di casa per poche ore a settimana e che l’assistenza alla persona non rientrasse tra le sue mansioni. Altro tassello su cui il processo si è incardinato e sul quale il nipote della vittima ha risposto in udienza, il luogo in cui lui si trovava e quello in cui effettivamente era la 64enne quel giorno di cinque anni fa (attraverso l’analisi delle celle telefoniche) quando l’uomo era per terra da solo e senza aiuto. Secondo la tesi accusatoria portata avanti dal pm Francesco Ciardo la 64enne aveva consapevolmente lasciato l’anziano sul pavimento, determinando con quella condotta la morte dell’uomo. Per l’avvocato de Tomasi, invece, la donna aveva fatto tutto il possibile per rialzarlo da terra: non riuscendo a sollevarlo, infine, l’imputata avrebbe allertato il familiare che si era infine recato in casa del parente per occuparsene, disinnescando così l’eventuale – ma non obbligata - responsabilità di cura in capo all’imputata.
Ultimo elemento su cui le parti si sono confrontate in modo acceso nel corso del processo è stato il cosiddetto «nesso di causalità», ossia il legame di causa ed effetto tra quell’evento e la morte: secondo il pm Ciardo il fatto che i medici fossero riusciti, anche se per poco, a stabilizzare il paziente non avrebbe annullato le conseguenze dell’azione dell’imputata. L’anziano era stato lasciato in quelle condizioni per l’intero week end e gli operatori sanitari del 118, chiamati dai vicini, lo avevano trovato disidratato e con una grave insufficienza respiratoria. La vittima finì in coma una volta arrivata in ospedale: un quadro, questo, che per l’accusa segnò il destino dell’anziano conducendolo infine a morte certa.
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