Le dichiarazioni
L’ex Ilva riparte in tre mosse: parola del prof. Fiori
L’intervista al professor Fiori, uno dei commissari di AdI in As
BARI - Il «Piano di ripartenza» immaginato dalla terna commissariale di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria poggia su tre pilastri: il ripristino degli impianti individuati, con un intervento economico intorno ai 400 milioni di euro (l’80 per cento dei quali destinati a Taranto), la gestione della produzione che parte da 1,5 milioni di tonnellate/anno ed arriva dopo l’estate a 4 milioni di tonnellate/anno, e l’avvio del secondo altoforno a Taranto. Presentando ai sindacati il Piano, la scorsa settimana, Giancarlo Quaranta, Davide Tabarelli e Giovanni Fiori, hanno fatto appello alla «collaborazione e partecipazione di tutte le parti coinvolte». Giovanni Fiori, commercialista e prorettore alle Relazioni Corporate presso la «Luiss» Guido Carli di Roma, è commissario di AdI in as dal 29 febbraio scorso.
Professor Fiori, partiamo da uno dei temi più incandescenti della vertenza dell’acciaio di Taranto: l’indotto. Le imprese tarantine vantano crediti maturati nella gestione Morselli per circa 120 milioni di euro. Ieri l’associazione Aigi è tornata a spingere sull’acceleratore chiedendo garanzie sui tempi dei pagamenti. Come stanno le cose?
«Il 9 maggio scorso abbiamo incontrato Aigi e ritenevamo di avere spiegato esattamente qual era la situazione. Siamo rimasti un po’ sorpresi dalle ultime dichiarazioni. Chiarisco una volta per tutte che l’amministrazione straordinaria è stata dichiarata il 20 di febbraio. Io personalmente mi sono insediato il 29 dello stesso mese. In questi due mesi abbiamo incontrato le imprese e spiegato loro l’iter da seguire per il pagamento di questi crediti. Non è un percorso celere perché ci sono delle procedure da seguire».
Ovvero?
«Bisogna individuare tutte le imprese che fanno parte del decreto cosiddetto salva indotto, verificare che facciano parte di una delle quattro categorie previste. Consideri che AdI ha circa 1.100 fornitori. Poi occorre certificare qual è il credito avanzato da tutte le imprese, l’agenzia finanziaria Sace deve poi verificare se queste imprese sono finanziabili oppure no, altrimenti rischia una sanzione di Banca d'Italia e verificare i flussi che derivano dal nostro piano industriale. Io ho spiegato ad Aigi che nel giro di venti giorni sarebbero arrivati i primi pagamenti. Si tratta di imprese che con la gestione precedente accettavano pagamenti a sei mesi. Oggi a noi arrivano pressioni anche sui pagamenti a 60 giorni. Cosa vuole che le dica... Capisco gli animi esasperati, ma noi le assicuro che stiamo accelerando al massimo delle nostre possibilità. Per questo chiedo reciproca lealtà nella gestione dei rapporti. E comunque noi andiamo avanti».
Oggi quali sono le vostre priorità?
«La priorità per noi sono le imprese e non le associazioni. Questo deve essere chiaro. E quando dico imprese penso alle famiglie, a chi lavora in quelle imprese. Vi assicuro che noi stiamo lavorando per pagare il prima possibile. Il management commissariale ripone grande attenzione sulla sopravvivenza delle imprese perché dietro ci sono le persone. Noi rappresentiamo un istituto giuridico che ha uno scopo: garantire il lavoro e i creditori che aspettano i soldi. Non siamo come l’imprenditore che fa scelte diverse in base al profitto. Abbiamo proprio l’obiettivo di tutelare le persone».
Concentriamoci sul Piano di ripartenza. Che tempi, ragionevolmente, dobbiamo aspettarci per la sua piena applicazione?
«La tempistica è basata su un’analisi attenta dello stato in cui abbiamo trovato gli impianti. Il Piano prevede due azioni parallele: da un lato la manutenzione, dall’altro la ripresa della produzione prima con l’unico altoforno in funzione, poi con la messa in funzione di Afo 2 a settembre e successivamente di Afo 1».
Il Governo ha sbloccato 300 milioni complessivamente che uniti al prestito ponte di 320 milioni cominciano a diventare una somma importante per la ripartenza dello stabilimento. È così o non basta questa somma?
«Direi che questa somma è il minimo indispensabile per rimettere a regime la macchina. Le manutenzioni da fare sono molto rilevanti. Però consideri che noi abbiamo attivato altre fonti di finanziamento che stiamo negoziando con istituti bancari. Lavoriamo ogni giorno per ottimizzare la gestione e devo dire in questi due mesi siamo riusciti anche a razionalizzare molte cose. Anche se dal punto di vista finanziario c'è sempre molto stress, perché comunque è un'azienda che lavora al suo minimo storico».
Anche ieri il ministro delle Imprese Adolfo Urso è tornato sulla questione dei nuovi acquirenti. Avete una grande responsabilità, quella di rendere appetibile sul mercato il Gruppo...
«Con il Governo abbiamo il compito di trovare l'acquirente giusto per non incorrere negli errori del passato. Certo, non lo nego, è una grande responsabilità. Ma questo è un tema di politica industriale e noi siamo dei tecnici. Ovviamente nel processo di selezione degli acquirenti saremo al fianco del ministro».
A proposito di responsabilità, la questione ambientale? Nel corso dei dibattito negli ultimi incontri con i sindacati si è parlato anche della transizione energetica. Ma resta un punto: i forni elettrici imporranno anche la riduzione dei posti di lavoro. Come la mettiamo?
«Il nostro Piano prevede che si debba andare verso i forni elettrici, è questione di logica industriale perché se non viene modificato il regolamento europeo con la riduzione delle quote di Co2 queste diventeranno un onere tale per cui produrre con forni tradizionali diventerà impensabile. Io guardo ai fatti. Oggi lo stabilimento funziona, poco, ma funziona, è in sicurezza e bisogna adesso puntare all’acciaio pulito. Lo dobbiamo a tutta la comunità di Taranto anche per dare un segnale di discontinuità con un certo passato. Questa industria, è bene sottolinearlo e non dimenticarlo mai, è funzionale allo sviluppo non solo di Taranto, ma di tutto il Paese. Io ho gestito tante crisi in passato, tutte col minor danno possibile per le persone. Abbiamo riconvertito i lavoratori, li abbiamo sostenuti con tutti gli strumenti possibili di protezione sociale. Ma per portare a casa il risultato bisogna fare sistema tutti insieme, impresa, territorio, istituzioni. E questo chiediamo a Taranto: collaborazione e lealtà».