Giovedì 24 Giugno 2021 | 05:45

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Re David (Fiom Cgil): «Occorrono investimenti importanti»

«Se a Taranto chiude l'ex Ilva resteranno veleni e problemi»

«Se chiude l’ex Ilva nessuno investe e i problemi rimangono». Questo è un punto dirimente per Francesca Re David, segretaria generale della Fiom Cgil, ieri in visita allo stabilimento siderurgico di Taranto (ora Acciaierie d’Italia), dove ha partecipato a un attivo dei delegati Rsu di fabbrica, appalto e Ilva in As e ha incontrato l’Amministratore delegato Lucia Morselli. «Anche chiudendo la fabbrica – spiega Re David in un’intervista alla Gazzetta - non migliora la questione ambientale perché c’è un inquinamento strutturale prodotto da decenni su cui occorrono investimenti importanti».

Segretaria, passano gli anni e la vicenda ex Ilva resta molto complicata, giusto per usare un eufemismo. Si potrà mai arrivare a una soluzione?
«O si pensa che si possa vivere senza la produzione dell’acciaio, quindi senza le macchine, senza gli aerei, senza i ponti, senza le strade, senza tutto quello che comporta o si attua un piano serio per produrre in Europa, in Occidente, in Italia, acciaio il più verde possibile, che inquini meno sul territorio, con il minor impatto possibile. Noi pensiamo che i temi della salute, dell’ambiente e della produzione debbano andare di pari passo. Chiaramente sono necessari interventi tecnologici per migliorare la questione ambientale. Il nodo salute-lavoro è una contraddizione molto forte che va affrontata e risolta, ma non crediamo che la soluzione sia la chiusura dell’Ilva».

I lavoratori come vivono questa situazione?
«Per noi è necessario uscire da una contrapposizione insopportabile. Vorrei ricordare a tutti che chi ha inquinato in questi decenni sono le fabbriche, le imprese, non coloro che ci lavorano dentro e che sono i primi che subiscono l’inquinamento. Sono le conseguenze delle politiche industriali che sono state fatte a partire dagli anni Sessanta ad oggi».


Lo Stato, tramite Invitalia, ha fatto ufficialmente il suo ingresso nella nuova compagine societaria del polo siderurgico. Cosa cambia in termini di gestione e prospettive?
«Con il ritorno dello Stato cambia l’asse strategico fondamentale. È il segnale del fatto che l’Italia, come succede in Francia, come succede in Germania, come succede in tutti i paesi ad alta industrializzazione forse comincia a pensare che il mercato di per sé non è sufficiente ma che ci vuole una garanzia di indirizzo industriale, ambientale e così via che solo lo Stato può dare. Noi siamo però in una condizione di sospensione e di attesa che sta diventando assolutamente insopportabile per i lavoratori e per l’industria di questo paese. Non c’è Recovery fund e Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) se non si capisce cosa si fa dell’acciaio in questo paese».

Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha convocato le organizzazioni sindacali per l’11 maggio. Cosa vi aspettate da questo incontro e cosa chiederete?
«Al momento i rapporti col Mise sono nulli, su questa e su altre vertenze. Noi ci aspettiamo finalmente che venga definito cosa significa l’ingresso dello Stato, come si procede sulla produzione industriale, come si procede sul piano ambientale, sul ruolo della Valutazione dell’impatto sanitario preventivo che è un elemento fondamentale. Ci aspettiamo inoltre che si avvii un tavolo sindacale, che allo stato non c’è, che garantisca l’occupazione, come facemmo con l’accordo precedente per i lavoratori che sono in ArcelorMittal ma anche per quelli che sono in amministrazione straordinaria. Desideriamo un cronoprogramma di incontri che abbia una sua determinazione negli obiettivi che si pongono».

L’altra data importante è quella del 13 maggio quando ci sarà l'udienza al Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar di Lecce che impone la fermata dell'area a caldo. Che sensazioni ci sono? Come pensa che finirà?
«Noi sentiamo parlare della possibilità di un ulteriore rinvio e crediamo che questo stato d’incertezza non faccia bene a nessuno. La transizione energetica è, appunto, una “transizione”. Nessuno può pensare, da nessuna parte, che la transizione energetica avvenga in un giorno. È chiaro che al momento non è possibile pensare all’acciaieria senza ciclo integrale».

È immaginabile in futuro un’Ilva green?
«Non c’è dubbio che le tecnologie devono andare avanti. Il sistema misto, già presentato negli anni precedenti, è nel piano industriale ed è previsto il minor impatto possibile del ciclo integrale e poi l’utilizzo dei forni elettrici. Avere questo come obiettivo porta ad utilizzare le migliori tecnologie disponibili in quel determinato momento. Ma l’idrogeno non è che si ottiene in mezza giornata».

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