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Baricalcio, l’imprenditore Albanese: «Io contattato da Giannini»

Dopo 110 anni il pallone biancorosso si è sgonfiato dopo la dissennata gestione di Mino Giancaspro

Antonio Albanese

BARI - La caduta rovinosa, la messa in liquidazione, la paura e la speranza che ci sia un nuova alba. Dopo 110 anni il pallone biancorosso si è sgonfiato, anzi forato sotto la dissennata gestione di Mino Giancaspro. E adesso si va a caccia di una nuova vera solidità economica per ripartire. «Direi di no. A meno che - commenta Antonio Albanese, presidente della Cisa, azienda leader nel settore dello smaltimento dei rifiuti e vice presidente di Confindustria Taranto - non vi sia un disegno armonioso attorno alla nuova società per evitare fratture». Poi una importante rivelazione: «Ad ogni modo, sono stato contattato dall’ex centrocampista della Roma, Giuseppe Giannini. Mi ha chiesto la disponbilità ad entrare in una cordata per provare a dar vita a una società che possa affrontare la D con il Bari. Probabilmente ci vedremo nei prossimi giorni».

«L’impegno extra core-business della nostra realtà - afferma il cavaliere del lavoro Giovanni Pomarico, a capo del Gruppo Megamark - è delineato in modo preciso dal perimetro di azione della Fondazione Megamark che, con il sostegno dei nostri supermercati Dok, A&O, Famila e Iperfamila, ha lo scopo di promuovere e favorire iniziative di beneficenza e promozione sociale e culturale, nonché di assistenza sanitaria. È per questo che ogni anno redistribuiamo parte dei nostri utili nei territori in cui operiamo, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di una collettività rispettosa dei valori della solidarietà e attenta alle esigenze delle persone, soprattutto quelle meno fortunate».

Domenico De Bartolomeo, presidente di Confindustria Bari e Puglia, manifesta cautela: «I giorni del salvataggio del Bari con apertura a terzi sono stati convulsi e forse sono mancati i tempi tecnici per illustrare a dovere l'operazione. Il mio tentativo di convogliare le forze chiedendo un impegno comune non ha sortito grandi effetti,ma non significa che il Bari non interessi. Magari una ripartenza su basi più economiche è possibile: vedo difficile, invece, una possibilità di investire milioni e milioni come in passato. In questa congiuntura siamo impegnati a difendere le nostre aziende, a non far scappare le professionalità, a riprenderci da un frangente difficile. Il Bari però resta una realtà di altissimo spessore che,numeri alla mano, è tra le prime otto in Italia. Perciò non vedo perché la nostra squadra di calcio non debba costituire motivo di interesse da parte di grandi imprenditori italiani o internazionali».

Spesso si è parlato di russi, del vento dell’Est: «Quello che è successo - spiega il console onorario della Federazione russa a Bari, Michele Bollettieri - è lo specchio della crisi della società pugliese. Tempo fa mi attivai in prima persona per trovare dei compratori russi per la Bari, ma il problema era sempre il medesimo: l'assenza di uno stadio di proprietà. I russi non investono alla cieca, vogliono compare qualcosa di tangibile, a cominciare dal patrimonio immobiliare e dal parco giocatori.
La «discesa» del Bari nel probabile inferno della serie D complica inevitabilmente le cose: «Ma lei ce lo vede Abramovich che si butta in un affare come questo? E poi non dimentichiamoci del problema delle sanzioni che complicano notevolmente i rapporti commerciali tra la Russia e l'Europa. Mi auguro venga superato al più presto».
Domenico Favuzzi, presidente e amministratore unico di Exprivia (progettazione e sviluppo di tecnologie software innovative) è ancora scosso dall’accaduto: «ll fallimento del Bari è un evento gravissimo per l'intera regione, ma non deve far pensare alla crisi dell'imprenditoria pugliese. La realtà è che ormai il calcio è un business a se stante che richiede specifiche competenze.

Non è più l'epoca dei mecenati che stanziavano contributi a fondo perduto. Ogni azienda deve trovare equilibrio e sostentamento. Ecco, forse, nel settore calcistico in Puglia non c'è una competenza ad altissimo livello, nel senso che non ci sono soggetti che probabilmente ritengono il calcio l'asset principale del loro business. In serie A ormai gli imprenditori proprietari dei club concentrano l'attività prevalentemente sul calcio. Ad ogni modo, Bari resta una piazza dalla straordinaria attrattività e sono convinto che questo particolare non sfuggirà agli addetti ai lavori. L'importante sarà ripartire con le idee chiare e basi solide nel tempo».

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