L'analisi

Fenomeno Natuzzi: «Stiamo rivedendo il piano industriale per riuscire a sostenere l’occupazione»

rita schena

Il Gruppo oggi è strutturato in 13 imprese (su un totale di 196 nel comparto mobile imbottito) che si occupano di prodotti finiti, di cui due hanno oltre 250 dipendenti

Un distretto che rappresenta uno dei principali poli occupazionali manifatturieri del Sud nel comparto mobile imbottito e che vede la Natuzzi al centro di questo cosmo con 196 imprese e 5819 addetti in una filiera interregionale che, attraverso la Murgia, collega la Puglia e la Basilicata. Una azienda che negli anni ha fatto della trasparenza e del valore artigianale due pilastri importanti, ma che si trova a dover fare i conti con un sovradimensionamento produttivo in un mercato che cambia.

«In Italia abbiamo una grande tradizione di artigianato e soprattutto Natuzzi crede molto nel valore di questa tradizione dal cuore murgiano – spiegano dall’azienda -. Vogliamo poter reggere sul mercato, ma senza spezzare questa filiera di valore costruita nel tempo. Per questo si sta rivedendo il Piano industriale presentato in queste settimane, con la volontà di mantenere sempre e comunque le radici qui nel territorio e trovare tutte le strade possibili che possano sostenere l’occupazione: dalla decontribuzione, al riportare in Italia produzioni che invece erano all’estero con allocazioni produttive, promuovere l’export, o rafforzare le filiere e soprattutto riqualificare e integrare le imprese in sub fornitura, oltre che rafforzare dal punto di vista industriale i produttori finali».

Una analisi di quello che era il mercato di settore fino a circa 25 anni permette di rendersi conto della rivoluzione che in meno di un quarto di secolo si è consumata. Secondo dati «Un Comtrade», che è il più grande database mondiale di dati sul commercio internazionale, fino al 2001 l’Italia deteneva il 32% del mercato mondiale del mobile imbottito, pari ad un valore di 1.692 milioni di dollari (su un totale mondiale di 5.281 milioni). Noi eravamo il primo esportatore.

Nel 2024 i dati cambiano drasticamente: l’Italia pesa solo il 7,3% del mercato con un miliardo e mezzo di euro a fronte di un mercato mondiale di 20 miliardi e mezzo, scivolando al quarto posto come export. La domanda mondiale di divani aumenta, ma l’Italia resta di fatto ferma.

Una curva che ricalca molto da vicino il percorso di Natuzzi. In una intervista di Pasquale Natuzzi rilasciata alla Gazzetta del Mezzogiorno nel 2010, il patron faceva riferimento ad un allarme lanciato 10 anni prima in una «Murgia valley» dove ancora i tappezzieri giravano in Mercedes e dichiarava: «Il distretto è finito». Erano gli anni durante i quali l’azienda Natuzzi comprendeva 500 imprese e 14mila addetti e sul mobile imbottito, deteneva il 20% di quota del mercato produttivo nazionale, negli Stati Uniti un divano su cinque venduto era Natuzzi e parlare di crepe nel sistema sembrava impossibile da nemo propheta in patria. In 25 anni il Gruppo si ridurrà a circa un terzo.

Il momento di svolta è nel 2004 con uno switch tra le quote export di Italia e Cina. L’Italia è nel pieno della sua curva discendente sul mercato mondiale del mobile imbottito, la Cina in crescita inarrestabile. Bisognerà aspettare il Covid per vedere l’export cinese in flessione con una quota di mercato che nel 2015 lambisce quasi il 50% e nel 2023 tocca il 30%.

Natuzzi oggi è strutturato in 13 imprese (su un totale di 196) che si occupano di prodotti finiti, dove solo due possono definirsi grandi con oltre 250 dipendenti. In queste 13 si concentra circa il 75% dell’occupazione, tra i 3500 e 4500 addetti, mentre il restante sono imprese in sub fornitura, i terzisti, per lo più micro e piccole imprese. I «piedi d’argilla» del colosso che in questa forte frammentazione gioca la sua vera partita sulla tenuta occupazionale.

E’ infatti questa fragilità della sub fornitura che spesso non permette una adeguata pianificazione alle imprese capofila, se non con un orizzonte brevissimo di poche settimane.

Il mercato più importante è sicuramente gli Stati uniti con 33 store ma dove con i dazi tutto diventa più complicato; a seguire l’Europa con Inghilterra, Spagna ed Italia; i mercati emergenti del Medio Oriente e del sud est asiatico e naturalmente la Cina forte di 300 negozi. In particolare, in Cina Natuzzi è uno dei pochi esempi di impresa che produce e distribuisce in una infrastruttura così importante.

«Quello che in questi anni non è mai venuto a mancare e che rivendichiamo con orgoglio è la nostra pugliesità – spiegano dall’azienda -. Noi siamo e restiamo asset importante sul territorio e con due preoccupazioni: dare e garantire continuità alla produzione e tutelare lavoratori e clienti».

Una rivoluzione nei numeri del gruppo che è rivoluzione sociale ed economica globale sintetizzata in quella che oggi gli analisti identificano come «modello di crescita K», dove il segmento medio di clientela tende a dissolversi e svuotarsi e due diventano i sistemi di riferimento del mercato, esattamente come i due bracci della lettera: uno verso l’alto, i prodotti di lusso per i ricchi e super ricchi; il secondo verso il basso con le famiglie medie che per diversi motivi riducono le capacità di spesa.

Il riposizionamento del mercato verso le fasce alte di clientela ha inevitabilmente cambiato i sistemi di produzione: un divano che nel 2001 costava 900 euro, ora costa 20 volte tanto; quindi, non si parla più di un prodotto realizzato in «catena di montaggio», ma con una cura più attenta sull’alta qualità e l’artigianalità. Inevitabilmente scendono i numeri dei lavoratori necessari per puntare più all’innovazione.

Una rivoluzione che per Natuzzi significa comunque mai dimenticare il suo cuore che batte e batterà sempre nella Murgia.

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