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La Puglia del lavoro? Tanto turnover ma la crescita tira meno: le previsioni fino al 2029

leonardo petrocelli

Il rapporto previsionale Excelsior: i numeri pugliesi peggiori di Campania e Sicilia. Grazie al Pnrr il Sud fa molto meglio del Nord

In un’Italia sostanzialmente ferma c’è una Puglia che ha «fame» di lavoro ma che riuscirà a generarne poco grazie alla crescita economica, limitandosi piuttosto a un robusto turnover. È questa la fotografia che emerge dal rapporto previsionale «Excelsior» del Ministero del Lavoro e di Unioncamere. Una analisi che, numeri alla mano, si spinge a disegnare gli scenari occupazionali fino al lontano 2029, contemplando tutte le ipotesi di evoluzione del quadro.

Il rapporto ricostruisce in modo puntuale l’altalena degli ultimi anni. Quella italiana è, di fatto, una crescita trainata dagli investimenti, arrivati al 22% del Pil nel 2022, ben quattro punti sopra la media pandemica. Merito, naturalmente, dell’impennata dovuta al Pnrr. Già sul declinare dell’anno, però, il meccanismo si inceppa: crescono i tassi di interesse e il Paese, fra ritardi e assenza di personale qualificato, inizia a sperimentare le difficoltà di attuazione dei progetti del Piano. Nel 2024 la situazione peggiora ulteriormente: rallentano Francia e Germania, per noi partner vitali, e il quadro internazionale diventa più scivoloso con ricadute sui costi dell’energia e dunque sul manifatturiero. L’occupazione però tiene, a differenza del Pil in un «disaccoppiamento» che accomuna un po’ tutti in Europa ma in Italia è particolarmente accentuato.

Non è un mistero che dal completamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dipenderanno gli indicatori futuri. Il 2026 è l’ultimo anno dal punto di vista dell’erogazione dei fondi e del completamento dei progetti, al netto di alcune deroghe che permetteranno a una piccola parte di cantieri di affacciarsi sul 2027. Se il Piano non esistesse - il rapporto contempla anche questo scenario - assisteremmo a un calo dello stock occupazione di 130mila unità nel quinquennio. Quanto allo sviluppo futuro molto dipenderà dalla capacità di condurre in porto, bene e nei tempi stabiliti, i progetti in calendario che pesano sul quinquennio rafforzando il Sud e bloccando il Nord che ha percentuali di crescita occupazionale molto più basse. Di certo la fine dei cantieri, per quanto aprirà la strada a servizi migliori, segnerà comunque un rallentamento per il Mezzogiorno.

La domanda di lavoro è stimata in due segmenti fondamentali. Da un lato il replacement, cioè la sostituzione di lavoratori in uscita con nuovi ingressi. Dall’altro, ed è l’elemento più importante, la cosiddetta expansion demand, cioè la richiesta di lavoro generata da una effettiva crescita economica. Nei prossimi anni a espandersi maggiormente sarà il turismo seguito dai segmenti «formazione-cultura» e «finanza-consulenza», a loro volta preceduti dalla voce, piuttosto enciclopedica, «servizi pubblici e privati» che contempla anche ricambi e ingressi nella pubblica amministrazione. Il ruolo centrale sarà comunque ricoperto dai dipendenti del settore privato.

Il caso pugliese è uno dei più interessanti nello scenario nazionale. Da un lato, infatti, il territorio regionale ha «fame» di lavoro con un fabbisogno occupazionale (fino al 2029) del 5,8% che corrisponde, nell’equilibrio tra scenario negativo e positivo, a una forbice tra 189.300 e 213.300 unità. Fanno meglio solo la Campania (8.5%) e la Sicilia (6,7%), con la Basilicata lontanissima allo 0,6%.

Un bene per il Tacco? Non proprio, perché la gran parte di questo fabbisogno è dovuto alla replacement demand, cioè alle dinamiche del turnover che pesano per tre quarti sul totale. Non c’è da stupirsi perché, nel rapporto tra over 55 e under 35 il Sud e le isole offrono un indice medio del 6,75 che scende a 64,4 per la Puglia ma rimane comunque più alto, ad esempio, del 58 della Lombardia o del 63 dell’Emilia-Romagna, con, oltretutto, un aumento di sei punti in tre anni: la Puglia infatti è passata dal 58,1 del 2021 al 64,4 del 2023. Rimane a questo punto da capire quale spazio rimanga per il lavoro effettivamente creato dalla crescita economica. Una forbice tra lo 0,6 e lo 0,9 (da 35.800 a 59.800 unità) che non riesce a raggiungere, come rileva duramente la Uil Puglia, «la soglia psicologica dell’1%». Un dato, inferiore a Campania e Sicilia, ma in linea con la media meridionale (mal comune?) e superiore a quello delle aree del Nord. La dinamica ha una doppia spiegazione: da un lato i cantieri del Pnrr e gli effetti dei relativi investimenti, che avranno una incidenza positiva anche oltre la fine dei lavori, dall’altra l’espansione del turismo che, come detto, resta il settore trainante del quinquennio.

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