La sentenza

«Vacanze gratis e minacce»: l’ex pm tarantino Di Giorgio risarcirà lo Stato

Massimiliano Scagliarini

Condannato a pagare 150mila euro: «È il danno di immagine causato alla giustizia»

BARI - Le condotte di corruzione e concussione che gli sono costate una condanna definitiva a otto anni di carcere hanno causato un danno di immagine all’amministrazione della giustizia. È per questo che la Corte dei conti ha condannato l’ex pm tarantino Matteo Di Giorgio a risarcire lo Stato con 150mila euro.

La vicenda risale al 2010, quando il pm finì ai domiciliari con l’accusa di aver chiesto favori e messo in atto ricatti per interferire nella vita politica del Comune di Castellaneta, minacciando imprenditori e amministratori locali per favorire l’elezione di un suo amico. La condanna a 15 anni in primo grado a Potenza è poi scesa a 12 anni in appello e, infine, a otto anni in Cassazione: il magistrato avrebbe messo su un «apparato di potere» a scopi personali, il «sistema Di Giorgio» che venne scoperchiato dopo la denuncia del senatore Rocco Loreto: l’ex primo cittadino di Castellaneta (arrestato a giugno 2001 per calunnia ai danni del pm, e poi completamente assolto da ogni accusa) aveva presentato esposti per segnalare l’incompatibilità ambientale del magistrato. L’ex pm tarantino è rimasto in carcere fino al settembre 2020, quando ha ottenuto l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel frattempo, dopo la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, nel 2018 il Csm ne aveva disposto la definitiva rimozione dall’ordine giudiziario.

Il procedimento erariale è partito con la citazione presentata nel gennaio 2022, dopo che Di Giorgio è stato sentito a seguito della notifica dell’invito a dedurre (l’equivalente dell’avviso di conclusione delle indagini nel processo penale). Il procuratore regionale Carlo Alberto Manfredi Selvaggi (rappresentato in udienza dal vice-procuratore Cosmo Sciancalepore) ne ha chiesto la condanna a 150mila euro per il danno all’immagine causato al ministero della Giustizia. Il processo si è svolto in contumacia: i giudici (presidente Daddabbo, relatore Iacubino) hanno rilevato che l’ex magistrato ha firmato personalmente il mandato al difensore, ma essendo stato dichiarato interdetto (nel 2019, dal Tribunale di Taranto) la nomina doveva essere sottoscritta dal tutore.

Di Giorgio è stato condannato per il soggiorno gratuito ottenuto nel 2008 in un villaggio turistico di Castellaneta Marina (da cui ha fatto cacciare un dipendente per «finalità ritorsiva»), e per aver esercitato pressioni indebite su un imprenditore affinché ritrattasse alcune accuse. Le minacce per costringere alle dimissioni un consigliere comunale di Castellaneta, pur dichiarate prescritte, sono state considerate rilevanti in sede di accertamento del danno di immagine. Di Giorgio - secondo la Procura erariale - ha «offuscato con il proprio comportamento la credibilità dell’amministrazione di appartenenza, anche in ragione della evidente sistematicità con cui poneva in essere le condotte criminose».

I giudici hanno pienamente condiviso questa impostazione, anche sul fronte della quantificazione del danno per via del «particolare disvalore che caratterizza la vicenda, connotata non solo da un episodio di natura concussiva, ma da un quadro univocamente convergente nel senso di un utilizzo assolutamente deviato delle funzioni giudiziarie». «Non può dubitarsi - è scritto in motivazione - che le condotte abusive realizzate dal convenuto abbiano arrecato pregiudizio all’immagine della pubblica amministrazione», avendo generato «sconcerto per il disinvolto e reiterato sviamento delle funzioni magistratuali, asservite a interessi squisitamente egoistici, tali da integrare una irreparabile lesione al prestigio e alla fiducia nell’Ordine Giudiziario». La vicenda ha in effetti avuto una enorme eco mediatica «in ambito ultra territoriale». L’inchiesta penale su Di Giorgio ha avuto una lunga coda in sede civile, con le condanne al risarcimento ottenute da quasi tutte le persone (a partire da Loreto) che sono state riconosciute vittime dei suoi comportamenti abusivi. 

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