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Bubbico condannato La Corte dei conti: risarcisca 4.500 euro

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di GIOVANNI RIVELLI

POTENZA - La consulenza affidata all’avvocato Paolo Albano era superflua, il sottosegretario Filippo Bubbico è stato condannato dalla Corte dei Conti, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio regionale di Basilicata, a risarcire la stessa Regione di 4.500 euro oltre che a pagare 897 euro di spese di giudizio. Per la stessa vicenda, sul piano penale, era stato assolto dal Tribunale: «perché il fatto non sussiste».
Per i medesimi fatti la Corte dei Conti, il 27 ottobre del 2014, aveva già condannato gli altri componenti dell’ufficio di presidenza del Consiglio, Rosa Mastrosimone, Egidio Digilio, Giacomo Nardiello e Antonio Flovilla, sempre a risarcire 4.500 euro ciascuno in favore della Regione accogliendo in toto la richiesta del vice procuratore Ernesto Gargano mentre in un terzo giudizio era stato condannato per altri 4.500 euro l’ex dirigente generale del Consiglio, Francesco Ricciardi.

Per quella consulenza costata 23.869 euro, così, la Regione ha ottenuto un risarcimento di 27mila euro, che, precisano i giudici, includono la svalutazione monetaria. Proprio i precedenti (a cui si è espressamente richiamato il collegio presieduto da Maurizio Tocca e composto da Vincenzo Pergola e Giuseppe Tagliamonte) lasciano parlare in qualche modo di «sentenza annunciata».
La condanna, chiesta dal sostituto procuratore Ernesto Gargano, è intervenuta per l’adozione della delibera n. 248 del 20/12/2005, con la quale si disponeva di affidare ad un soggetto esterno alla Regione, appunto l’avvocato Paolo Albano, l’incarico di redigere un progetto di organizzazione del Consiglio regionale per una spesa di 23.869 euro.

Le norme all’epoca vigenti prevedevano che incarichi esterni potessero essere affidati solo «per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio» e che l'affidamento di «consulenze a soggetti estranei all'amministrazione in materie e per oggetti rientranti nelle competenze della struttura burocratica dell'ente, deve essere adeguatamente motivato». Di contro, per i giudici, la delibera contestata «appare sorretta da motivazione meramente tautologica (ossia limitata ad asserire il bisogno stesso, ndr) ed apparente, quando afferma: “Rilevata l’assenza di strutture organizzative e professionali interne in grado di assicurare, data la complessità, peculiarità e novità della materia, lo sviluppo del nuovo progetto organizzativo del Consiglio Regionale”».
E anche il fatto che in precedenza fosse stato dato un termine di 10 giorni ai dirigenti interni al fine di formulare proposte sulla materia in questione (e che uno solo rispose) per la corte non è suffiente a dimostrare l’indisponibilità di personale interno: «La mera inerzia dei Dirigenti - si legge in sentenza - seguita all’invito a formulare proposte, non può essere intesa come accertata impossibilità di provvedere con risorse interne, anche perché lo svolgimento di un importante compito istituzionale (l’organizzazione degli uffici demandata alla struttura burocratica dalle norme innanzi richiamate) non poteva essere lasciata all’adesione “volontaria” dei Dirigenti, ai quali era stato anche fissato un tempo palesemente breve»

La Corte, in precedenza, aveva rigettato una nuova richiesta di sospensione del giudizio (una analoga in precedenza aveva portato allo sdoppiamento dei procedimenti) presentata dai legali di Bubbico in attesa della pronuncia della Cassazione in tema di giurisdizione a seguito di un ricorso presentato dagli stessi legali. I giudici hanno però osservato che «nel presente procedimento sono già intervenute pronunce in tema di giurisdizione», e che «è stata affermata la sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti dalla Sezione Prima Giurisdizionale Centrale d’Appello» per cui «il proposto regolamento preventivo di giurisdizione appare manifestamente inammissibile». La condanna, insomma è arrivata, ma i fatti hanno solo un rilievo contabile. Per le stesse questioni Bubbico e gli altri coinvolti sono stati assolti, lo scorso dicembre dal Tribunale di Potenza perchè «il fatto non sussiste» in un giudizio fortemente voluto dagli stessi accusati che avevano persino rinunciato alla prescrizione.

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