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Basilicata, aziende femminili a secco di fondi

Basilicata, aziende femminili a secco di fondi

Beffate dal «Click day»: centinaia di imprenditrici escluse dagli incentivi del Mise

15 Giugno 2022

Massimo Brancati

POTENZA - La logica del «chi prima arriva meglio alloggia» finisce per penalizzare chi ha voglia di fare impresa. Lo dimostra ciò che è accaduto al «Click day»  per gli  incentivi  del Ministero dello Sviluppo economico a sostegno dello sviluppo e del consolidamento delle  imprese femminili: centinaia di titolari di aziende lucane sono state «tagliate fuori» dal finanziamento perché l’elevato numero di domande presentate ha istantaneamente polverizzato il plafond totale di circa 400 milioni di euro. Per poter partecipare era necessario presentare una domanda sulla piattaforma on line di Invitalia attivata il 19 maggio per le nuove imprese e il 7 giugno per quelle operative da più di un anno. In entrambi i casi i fondi sono stati fagocitati in pochi secondi e la piattaforma è risultata presto inaccessibile, sospendendo l’ammissione delle richieste arrivate oltre il raggiungimento del limite. Il sito, insomma, è precipitato ben presto, come si dice in gergo tecnico, in crash.

Una dura critica al sistema previsto dal Governo arriva da Confartigianato secondo cui «lo strumento di una sovvenzione una tantum non è la strada migliore da perseguire. Il sostegno alle imprese guidate da donne non può esaurirsi nello spazio di un “Click day” e non va inteso come un’azione di inclusione sociale, di assistenza e di integrazione al reddito. Deve essere, invece, un pilastro della politica economica del Paese per rendere le donne realmente partecipi del processo di crescita competitiva dell’Italia».

«Avevamo fatto grande affidamento sulla misura che – dice la lucana Rosa Gentile, delegata nazionale ai  Movimenti (Donne, Giovani) e presidente del Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio Basilicata – abbiamo promosso e illustrato in tanti incontri in Basilicata suscitando interesse e aspettative. Il credito è una strada sbarrata alle donne». Parole intrise di amarezza. I fatti avvalorano questa visione negativa: quando una titolare di impresa va in banca a chiedere un prestito si sente chiedere prima di tutto «garanzie reali». Poi, in ordine: solidità finanziaria e piano di crescita economica dell’azienda. Risultato: il 46% delle imprese femminili dichiara il capitale proprio/familiare come la fonte di finanziamento e solo   il 20% delle imprese femminili dichiara di ricorrere, almeno in qualche occasione,  al credito bancario. Sono i dati di un’indagine Unioncamere che confermano come l’accesso al credito rappresenta uno dei fondamentali «gender gap» che caratterizzano il Paese, in particolare il Sud, soprattutto nelle prime fasi dell’attività imprenditoriale. Gentile   punta il dito contro il sistema bancario: «È il fattore più negativo che ostacola la crescita delle imprese femminili. Accade ancora, come confermano numerose ricerche, che   il genere possa essere un elemento condizionante per le banche nella scelta dell’accettazione o del rifiuto, del tasso di interesse applicato o delle garanzie personali richieste». Gentile parla di «atteggiamento fatto per scoraggiare»: le imprese femminili dichiarano maggiormente di non fare ricorso al credito bancario aspettandosi un rifiuto e tra le imprese che hanno richiesto credito, nel caso delle imprese femminili rispetto a quelle di uomini è maggiore la percentuale in cui il credito erogato non è stato adeguato oppure la richiesta non è stata accolta. «Gli istituti di credito - aggiunge - creano molte più barriere alla partenza per le imprese femminili, causando un forte freno alla loro crescita che in parte potrebbe spiegare la minore propensione delle imprese femminili a investire nell’innovazione. Per questo è indispensabile rifinanziare la misura».

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