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Perché Sanremo è Sanremo?

Oscar Iarussi

Perchè Sanremo è Sanremo

di OSCAR IARUSSI

Vedi alla voce: Sanremo. Il Festival non lascia scampo e si ripresenta ogni anno ai primi sentori di primavera puntualmente castigati dal colonnello inverno (generale è solo in Russia e oltretutto servirebbe un Napoleone fin qui non pervenuto in lista, per fortuna...).

Son tornate ad appassir le mimose fiorite troppo presto e va’ penziero (con la zeta gomorrista, please) a quando e quanto Sanremo abbia nutrito Il romanzo della canzone italiana, per dirla con un titolo di Gino Castaldo appena giunto in libreria per Einaudi. Anzi, è la stessa storia patria postbellica ad essersi giovata di alcuni passaggi cruciali nella Città dei Fiori.

Naturalmente cominciando dalla sera di sessant’anni fa in cui il «nostro» Domenico Modugno intonò Nel blu dipinto di blu e fece Volare tutto un popolo verso il miracolo economico, verso il futuro, verso una brama di vita mai più eguagliata. Era il 1958, Modugno trionfò al Festival e nel giro di un paio di anni la Lira avrebbe vinto l’«Oscar delle monete», grazie a un incremento del Pil del 5 per cento, tassi di crescita che oggi soltanto Cina e Senegal possono vantare. Nel 1967 il boom era finito e Luigi Tenco si uccise nel retropalco della rivolta che di lì a un anno avrebbe incendiato mezzo mondo. E nell’83 un inno alla «vita spericolata», sussurrato e urlato da un certo Vasco Rossi, finì penultimo nella classifica della lungimiranza.

«Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore / amore, / la più antica, difficile del mondo», poetava Umberto Saba. Dopo un prologo non proprio frizzante di Rosario Fiorello, che però è piaciuto assai a Matteo Renzi, ieri sera il direttore o dittatore artistico e «conducente» del Festival numero 68, Claudio Baglioni, ha ribadito il rilievo delle parole, non meno importanti della musica. Eh già. «Ma il mio mistero è chiuso in me», ha detto Baglioni citando da Turandot, la romanza pucciniana «Nessun dorma»... Un invito al pubblico a casa? Un auspicio? Un amuleto?

Vedremo stamane se i dati dell’Auditel saranno all’altezza della sontuosa scenografia progettata da Emanuela Trixie Zitkowsky, figlia d’arte del pioniere Tullio Zitkowsky (Rischiatutto, Canzonissima), che si è ispirata a un auditorium e ha fatto smontare dodici file di poltrone in platea.

«Sarà un festival sessantottino», aveva annunciato Baglioni nei mesi scorsi. Ma dev’esserci stato un Qui pro Quo, senza dimenticare Qua, perché il Festival 2018 non è internazionalista, anzi, è il più autarchico degli ultimi anni. Italia-Italia-Italia, manco fossimo in un testo di Toto Cutugno.

Al cinema in questi giorni non se la sta cavando male Sono tornato di Luca Miniero, parodia mussoliniana sottilmente inquietante alla luce della vicenda di Macerata: il neofascista che spara, ferisce sei neri e, catturato, viene fotografato col tricolore sulle spalle (vilipendio alla bandiera). Già, a volte ritornano... Come Ron. Come la Cristalda della struggente nenia garganica di Max Gazzé: «Si dice che adesso, / E non sia leggenda, / In un’alba d’agosto / La bella Cristalda / risalga dall’onda / a vivere ancora / una storia stupenda». Povero Pizzomunno pietrificato dal dolore sulla spiaggia di Vieste. Non proprio la faringite che ha colpito Laura Pausini, intervenuta telefonicamente iersera, mentre la sua esibizione è rinviata a sabato.

Mai tanto italiana la scaletta degli ospiti: a parte Fiorello (vero co-conduttore della serata inaugurale), in programma vi sono Gianni Morandi, i Negramaro, Biagio Antonacci e poi... Non distraetevi - sì dico a te - ecco Antonella Clerici, Giorgio Panariello, Nino Frassica da ultimo tornato al genio comico degli esordi a Scasazza, Gino Paoli e Danilo Rea, Nek, Max Pezzali e Francesco Renga, Gianna Nannini, Franca Leosini, il Volo, Piero Pelù, Giorgia e il cast del film di Gabriele Muccino A casa tutti bene.

A casa tutti bene? Inzomma, abbastanza (con la zeta barese alla Maurizio Micheli). A proposito, Puglia à gogo, tanto per cambiare: tra nativi, oriundi e adottati nelle masserie salentine («Bivite lu mieru cautu ca te passa la tosse») sono cinque su venti i «big» delle nostre parti in gara: Bungaro, Diodato, Renzo Rubino, Roy Paci, Ermal Meta (in coppia con Fabrizio Moro allude alle stragi terroristiche in Non mi avete fatto niente). Senza dimenticare il lucano Rocco Papaleo in giuria, né l’anagrafe foggiana dei genitori di Pierfrancesco Favino (fu il Di Vittorio televisivo di Pane e libertà dieci anni fa).

Giusto il «deb» Favino ci è parso il migliore per verve ed eclettismo nell’arco della prima serata, insieme alla svizzera Michelle Hunziker (con la zeta che più vi aggrada), spigliata e spogliata da una scollatura col buco. Profondo emmental, esotismo ticinese, gita a Chiasso... Perché Sanremo è Sanremo?

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