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Un'inchiesta contro soldati britannici che torturarono iracheni

LONDRA - L'Alta Corte di Londra ha autorizzato la richiesta dei familiari di un giovane iracheno, morto mentre era in custodia dei soldati britannici in Iraq, perché si svolga un'inchiesta indipendente sulla morte del loro caro. Il tribunale ha accolto il ricorso, presentato sulla base della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, dei famigliari di Baha Mousa, 26 anni; mentre ha respinto la richiesta analoga presentata da altri cinque famiglie.
«Si tratta di una giornata storica per i diritti umani e il rispetto del diritto in Gran Bretagna», ha commentato Phil Shiner, avvocato delle famiglie irachene. La sentenza potrebbe infatti fare da precedente per una serie di casi analoghi.

Secondo il legale, adesso «tutti i casi di torture compiuti da soldati britannici durante l'occupazione dell'Iraq dovranno ora essere chiariti».
Lo scandalo degli abusi compiuti dai militari balzò sulle cronache dei giornali di tutto il mondo grazie a una serie di immagini sconvolgenti scattate nella prigione di Abu Ghraib; gli episodi statunitensi sono più numerosi, ma quelli britannici furono altrettanto scandalosi tanto da suscitare la riprovazione della Croce Rossa e di Amnesty International.

Mousa, che aveva due figli e faceva il portiere d'albergo, fu catturato durante una retata e il suo cadavere fu riconsegnato alla famiglia quattro giorni più tardi, ammaccato e pestato a sangue. «Era stato picchiato così tanto che io non ebbi il coraggio di guardarlo», ha raccontato il padre ai giudici londinesi all'inizio del processo. «Non ce l'ho con le truppe britanniche in Iraq e sono felice che Saddam non ci sia più, ma tutta la mia famiglia chiede giustizia per l'orrenda morte di mio figlio». Adesso il timore che piovano una serie di denunce contro i militari britannici mette in allarme il governo del premier Tony Blair: un portavoce di Downing Street ha assicurato che il governo sta già «studiando» la sentenza del tribunale. Intanto l'avvocato del governo, Christopher Greenwood, ha fatto sapere che l'applicazione della Convenzione nei conflitti significa «la guerra come non è mai stata fatta».

L'Alta Corte ha accolto la richiesta dei famigliari di Mousa ma ha respinto quella delle altre cinque famiglie perché ha stabilito che la Convenzione Europea sui Diritti Umani si applica anche nelle prigioni amministrate da uno Stato firmatario, anche se si trovano all'estero (gli altri casi riguardavano iracheni uccisi dai soldati in scontri in strada).
Il ministero della Difesa ha aggiunto che l'applicazione delle regole che vigono in tempo di pace in Europa non sono possibili in Iraq.

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