Voci a confronto
Dov’è finito il Mezzogiorno? Parlano l'economista Busetta e il cantante Mimmo Cavallo
La «Questione meridionale» fuori dai radar. «Ci siamo assuefatti alle ingiustizie, alla fine siamo una colonia interna», spiega l'economista. Cavallo: «Quando sono arrivato a Torino ho compreso di provenire dal paradiso»
Dov’è finito il Mezzogiorno? Parlano l'economista Busetta e il cantante Mimmo Cavallo: voci a confronto.
«Attenzione il Meridione non lotta più» Busetta: c’è una fase di stanca e il Nord ne sta approfittando
Pietro Massimo Busetta, siciliano, economista e saggista, consigliere del cda Svimez, si parla abbastanza di Mezzogiorno?
«Stiamo attraversando una fase di stanca. Dopo che la Consulta ha smontato l’Autonomia di Calderoli e dopo le ultime elezioni che hanno visto i movimenti meridionalisti incassare percentuali basse, c’è un evidente momento di disimpegno».
Ed è pericoloso?
«Pericolosissimo, disimpegno vuol dire debolezza. Calderoli e i suoi stanno cercando di far passare l’Autonomia in tutti i modi con i Lep a costo zero: ma come si fa a dare lo stesso tipo di servizi dalla Lombardia alla Calabria senza metterci un soldo? Per questo c’è bisogno di riprendere coscienza del pericolo e cercare di essere presenti alla lotta».
Questa fase di «rilassamento», mettiamola così, potrebbe essere indotta anche da qualche dato economico positivo?
«È vero, ci sono alcuni indicatori un po’ più positivi del passato. Nonché gestioni più attente, da Occhiuto in Calabria a Decaro in Puglia. E tuttavia ritengo che questo tipo di crescita sia inadeguata rispetto alle esigenze del Mezzogiorno».
Il Pnrr è stato utilizzato male?
«È stato utilizzato molto di più per il Nord. Una su tutte: gli asili nido sono stati mandati a bando innescando una corsa impari. Se Niscemi compete con Pordenone chi la spunta? Vale anche per le infrastrutture. Quando si discute di un’opera al Sud ecco che spuntano mille problemi».
Si riferisce al Ponte sullo Stretto?
«Sì, quello è un esempio».
Lei è favorevole?
«Partiamo dal presupposto che esiste un corridoio strategico, quello scandinavo-mediterraneo, che collega Helsinki con Palermo, attraversando l’Europa. Tra Calabria e Sicilia c’è un tratto di mare: vogliamo risolvere il problema? Altrimenti le merci continueranno ad arrivare ad Amsterdam o Rotterdam. Bisognerebbe ragionarne concretamente e invece quando si nomina il Ponte tutti diventano esperti in malafede: sono pronti a fare qualsiasi cosa con quei soldi, ma non il Ponte».
C’è una contrarietà ideologica?
«No, c’è una contrarietà perché è un’opera da costruire nel Mezzogiorno. Se il Ponte fosse al Nord lo avrebbero già fatto e invece collega Calabria e Sicilia, quindi appena se ne parla succede il finimondo».
Il Sud si è ormai assuefatto alle ingiustizie?
«Riprendo la metafora della rana bollita che utilizzo nel mio ultimo libro. Se metti una rana in acqua bollente quella salta via. Ma se la metti in acqua fredda, facendo aumentare la temperatura gradualmente, ecco che la rana si assuefa e ci muore. È quello che è successo al Sud».
Ma perché le genti del Sud non si ribellano?
«Perché hanno fatto propria l’idea di essere persone di serie B. Nella mente del meridionale è penetrata la convinzione che quanto accade sia colpa sua. Lo hanno convinto che il Sud ha avuto un sacco di soldi, cosa falsa, e li ha sprecati, cosa altrettanto falsa».
Sicuro? Magari un fondo di verità c’è...
«Il nostro tasso di corruzione è uguale a quello degli altri. Anzi, è inferiore se pensiamo a quello che è successo con il Mose di Venezia. Ma il meridionale è ormai certo di essere peggiore degli altri».
La fuga dei giovani contribuisce ad aumentare la rassegnazione? In fondo, perdiamo proprio chi dovrebbe voler cambiare il mondo...
«La fuga dei ragazzi attenua la pressione. Anche loro si sono convinti che qui non c’è futuro. “Chi se ne va ha successo”, recita un proverbio siciliano. Però intanto è al Sud che si formano con notevole esborso della collettività. Dopodiché è il Nord che approfitta di quelle competenze. C’è differenza tra mobilità ed emigrazione».
Spieghiamola.
«Sono favorevole alla mobilità perché prevede movimento in entrambi i sensi. Un ragazzo barese va a Milano, ma un ragazzo di Milano viene a Bari. Ognuno con la sua storia, le sue competenze, il suo entusiasmo. Così funziona. L’emigrazione invece funziona in una direzione sola: di solito dalla parte povera a quella ricca o da un Paese povero a uno ricco. Col risultato che i poveri diventano sempre più poveri».
Esiste il partito unico del Nord?
«Certo. Ed è un partito trasversale, non solo tra i politici ma anche tra le diverse professioni. Nei grandi talk show a parlare di Sud, solitamente, invitano i direttori dei grandi giornali del Nord. Non dei quotidiani meridionali. Altro esempio rivelatore è proprio l’Autonomia: Bonaccini, centrosinistra, e Fontana, centrodestra, si sono ritrovati a braccetto. Ci sono delle sfumature, ovviamente, ma il fronte è il medesimo».
Alla fine, professore, cos’è il Sud?
«È una colonia interna da 21 milioni di persone che continua a fornire risorse al Nord in termini di capitale umano ma anche, per dirne una, di malati che vanno a curarsi lì. L’articolo 3 della Costituzione, quello che garantisce il principio di uguaglianza, non è applicato».
E un nuovo meridionalismo da dove dovrebbe ricominciare?
«Da una presa di consapevolezza che ancora non arriva. Qualcosa si muove, penso al successo di Terroni di Pino Aprile che ha smosso tanto. Ma siamo ancora a livello di élites. La miscela deve arrivare all’esplosione. Ma ancora non ci siamo».
«Stiamo attraversando una fase di stanca. Dopo che la Consulta ha smontato l’Autonomia di Calderoli e dopo le ultime elezioni che hanno visto i movimenti meridionalisti incassare percentuali basse, c’è un evidente momento di disimpegno».
«Pericolosissimo, disimpegno vuol dire debolezza. Calderoli e i suoi stanno cercando di far passare l’Autonomia in tutti i modi con i Lep a costo zero: ma come si fa a dare lo stesso tipo di servizi dalla Lombardia alla Calabria senza metterci un soldo? Per questo c’è bisogno di riprendere coscienza del pericolo e cercare di essere presenti alla lotta».
Questa fase di «rilassamento», mettiamola così, potrebbe essere indotta anche da qualche dato economico positivo?
«È vero, ci sono alcuni indicatori un po’ più positivi del passato. Nonché gestioni più attente, da Occhiuto in Calabria a Decaro in Puglia. E tuttavia ritengo che questo tipo di crescita sia inadeguata rispetto alle esigenze del Mezzogiorno».
Il Pnrr è stato utilizzato male?
«È stato utilizzato molto di più per il Nord. Una su tutte: gli asili nido sono stati mandati a bando innescando una corsa impari. Se Niscemi compete con Pordenone chi la spunta? Vale anche per le infrastrutture. Quando si discute di un’opera al Sud ecco che spuntano mille problemi».
Si riferisce al Ponte sullo Stretto?
«Sì, quello è un esempio».
Lei è favorevole?
«Partiamo dal presupposto che esiste un corridoio strategico, quello scandinavo-mediterraneo, che collega Helsinki con Palermo, attraversando l’Europa. Tra Calabria e Sicilia c’è un tratto di mare: vogliamo risolvere il problema? Altrimenti le merci continueranno ad arrivare ad Amsterdam o Rotterdam. Bisognerebbe ragionarne concretamente e invece quando si nomina il Ponte tutti diventano esperti in malafede: sono pronti a fare qualsiasi cosa con quei soldi, ma non il Ponte».
C’è una contrarietà ideologica?
«No, c’è una contrarietà perché è un’opera da costruire nel Mezzogiorno. Se il Ponte fosse al Nord lo avrebbero già fatto e invece collega Calabria e Sicilia, quindi appena se ne parla succede il finimondo».
Il Sud si è ormai assuefatto alle ingiustizie?
«Riprendo la metafora della rana bollita che utilizzo nel mio ultimo libro. Se metti una rana in acqua bollente quella salta via. Ma se la metti in acqua fredda, facendo aumentare la temperatura gradualmente, ecco che la rana si assuefa e ci muore. È quello che è successo al Sud».
Ma perché le genti del Sud non si ribellano?
«Perché hanno fatto propria l’idea di essere persone di serie B. Nella mente del meridionale è penetrata la convinzione che quanto accade sia colpa sua. Lo hanno convinto che il Sud ha avuto un sacco di soldi, cosa falsa, e li ha sprecati, cosa altrettanto falsa».
Sicuro? Magari un fondo di verità c’è...
«Il nostro tasso di corruzione è uguale a quello degli altri. Anzi, è inferiore se pensiamo a quello che è successo con il Mose di Venezia. Ma il meridionale è ormai certo di essere peggiore degli altri».
La fuga dei giovani contribuisce ad aumentare la rassegnazione? In fondo, perdiamo proprio chi dovrebbe voler cambiare il mondo...
«La fuga dei ragazzi attenua la pressione. Anche loro si sono convinti che qui non c’è futuro. “Chi se ne va ha successo”, recita un proverbio siciliano. Però intanto è al Sud che si formano con notevole esborso della collettività. Dopodiché è il Nord che approfitta di quelle competenze. C’è differenza tra mobilità ed emigrazione».
Spieghiamola.
«Sono favorevole alla mobilità perché prevede movimento in entrambi i sensi. Un ragazzo barese va a Milano, ma un ragazzo di Milano viene a Bari. Ognuno con la sua storia, le sue competenze, il suo entusiasmo. Così funziona. L’emigrazione invece funziona in una direzione sola: di solito dalla parte povera a quella ricca o da un Paese povero a uno ricco. Col risultato che i poveri diventano sempre più poveri».
Esiste il partito unico del Nord?
«Certo. Ed è un partito trasversale, non solo tra i politici ma anche tra le diverse professioni. Nei grandi talk show a parlare di Sud, solitamente, invitano i direttori dei grandi giornali del Nord. Non dei quotidiani meridionali. Altro esempio rivelatore è proprio l’Autonomia: Bonaccini, centrosinistra, e Fontana, centrodestra, si sono ritrovati a braccetto. Ci sono delle sfumature, ovviamente, ma il fronte è il medesimo».
Alla fine, professore, cos’è il Sud?
«È una colonia interna da 21 milioni di persone che continua a fornire risorse al Nord in termini di capitale umano ma anche, per dirne una, di malati che vanno a curarsi lì. L’articolo 3 della Costituzione, quello che garantisce il principio di uguaglianza, non è applicato».
E un nuovo meridionalismo da dove dovrebbe ricominciare?
«Da una presa di consapevolezza che ancora non arriva. Qualcosa si muove, penso al successo di Terroni di Pino Aprile che ha smosso tanto. Ma siamo ancora a livello di élites. La miscela deve arrivare all’esplosione. Ma ancora non ci siamo».
«Il mio Sud invincibile tra miti e riti» Cavallo: la Taranta? È stata vampirizzata dal business
Mimmo Cavallo, tarantino, cantautore meridionalista, dove è finita la Questione meridionale?
«Quando è uscito Terroni di Pino Aprile, nel 2010, c’eravamo illusi di essere all’alba di un grande cambiamento, pensavamo che il tema Nord-Sud si stesse avviando a una soluzione».
E invece?
«E invece parliamo di un processo politico, culturale e antropologico lento, lentissimo. Quasi carsico. Una coscienza si sta formando ma non in modo dirompente».
Qual è il problema?
«Il Nord resta colpevolmente indifferente, la politica tra Roma e Milano ha occhi solo per se stessa. La sensazione è quella del cane che abbaia alla luna. Lo sperimento io stesso con le mie canzoni. Quando mi esibisco al Sud il consenso è reale, tangibile. Ma se mi sposto a Nord dell’Abruzzo ecco che iniziano a chiedermi: ma perché parli di queste cose?».
Lei, tarantino di Lizzano, si è trasferito giovanissimo a Torino, nell’epicentro dell’orgoglio sabaudo. Come è andata?
«Sono arrivato a Torino a undici anni e non mi sentivo da meno. Anzi. Quando uno del Nord veniva al Sud lo prendevamo in giro, seppur bonariamente. Ci sembrava un po’ addormentato, noi eravamo più “sgamati”, per così dire, più svegli».
Cosa ha trovato in Piemonte?
«Ho trovato freddezza. Quelli discriminati eravamo noi e i veneti con i quali facevamo comunella. Quando è esplosa la Lega Nord, sviluppatasi proprio sull’asse lombardo-veneto, ho provato una enorme delusione».
Le mancava il «suo» Mezzogiorno?
«Sì, il mio utero mediterraneo come spesso l’ho definito. Il Sud non è un fenomeno transitorio, è un modello di vita. Approdare al Nord mi ha fatto capire, per contrappunto, di provenire dal paradiso. Torino era lugubre, scura, puzzava di lavoro e di fatica. Ma i meridionali che vivevano lì erano capaci di ricreare il colore della piazza».
«Quando è uscito Terroni di Pino Aprile, nel 2010, c’eravamo illusi di essere all’alba di un grande cambiamento, pensavamo che il tema Nord-Sud si stesse avviando a una soluzione».
E invece?
«E invece parliamo di un processo politico, culturale e antropologico lento, lentissimo. Quasi carsico. Una coscienza si sta formando ma non in modo dirompente».
Qual è il problema?
«Il Nord resta colpevolmente indifferente, la politica tra Roma e Milano ha occhi solo per se stessa. La sensazione è quella del cane che abbaia alla luna. Lo sperimento io stesso con le mie canzoni. Quando mi esibisco al Sud il consenso è reale, tangibile. Ma se mi sposto a Nord dell’Abruzzo ecco che iniziano a chiedermi: ma perché parli di queste cose?».
Lei, tarantino di Lizzano, si è trasferito giovanissimo a Torino, nell’epicentro dell’orgoglio sabaudo. Come è andata?
«Sono arrivato a Torino a undici anni e non mi sentivo da meno. Anzi. Quando uno del Nord veniva al Sud lo prendevamo in giro, seppur bonariamente. Ci sembrava un po’ addormentato, noi eravamo più “sgamati”, per così dire, più svegli».
Cosa ha trovato in Piemonte?
«Ho trovato freddezza. Quelli discriminati eravamo noi e i veneti con i quali facevamo comunella. Quando è esplosa la Lega Nord, sviluppatasi proprio sull’asse lombardo-veneto, ho provato una enorme delusione».
Le mancava il «suo» Mezzogiorno?
«Sì, il mio utero mediterraneo come spesso l’ho definito. Il Sud non è un fenomeno transitorio, è un modello di vita. Approdare al Nord mi ha fatto capire, per contrappunto, di provenire dal paradiso. Torino era lugubre, scura, puzzava di lavoro e di fatica. Ma i meridionali che vivevano lì erano capaci di ricreare il colore della piazza».
Se dovesse scegliere una parola per definire il Mezzogiorno quale indicherebbe?
«Invincibile. È il titolo di una mia canzone, ispirata da una poesia di William Ernest Hanley del 1888. Un uomo è in un letto d’ospedale, afflitto da tutti i mali del mondo, eppure concepisce versi di una bellezza struggente. Ecco, è la perfetta metafora per descrivere il Sud. Invincibile non è chi non viene mai ferito, ma chi non si è mai dato per vinto, chi ha continuato la sua lotta nonostante fosse afflitto da guai di ogni tipo».
Quanto è importante la musica nella trasmissione della memoria e dell’identità territoriale?
«La musica raggiunge parti del cervello molto sensibili, tocca corde che la semplice scrittura non può sfiorare. Naturalmente, bisogna anche saper leggere e comprendere i testi».
Si riferisce al suo brano «Uh, mammà!»?
«Sa quanti mi fermano per dirmi ma che bello il tuo pezzo sulla mamma? Tantissimi. Solo che non è un pezzo sulla mamma. Parla di una invasione, quella che il Mezzogiorno ha subito. Non è difficile capirlo, i riferimenti sono tanti a cominciare dalla bandiera blu dei Savoia».
È sempre stato appassionato di controstoria meridionale?
«Quella storia è sempre stata lì e, soprattutto oggi, rimbomba nei libri e in tante discussione pubbliche. Ma va a finire come con i monumenti: se ci passi vicino in continuazione finisci per non vederli più. Tanta gente va a teatro senza uscirne trasformata. E vale lo stesso per la musica».
Crede che la globalizzazione possa snaturare il Mezzogiorno?
«Più che altro ci sono dei fatti episodici come la Taranta. Un fenomeno identitario che poi è diventato spettacolo commerciale, catturato dai vampiri del business. Ma si tratta, appunto, di fatti isolati. La sostanza invece non cambia granché, anzi si rilancia».
Un esempio?
«Il dialetto, costantemente nobilitato anche nelle canzoni. La cultura meridionale è troppo forte per essere snaturata. Ha una profondità straordinaria che attraversa il suo quotidiano. Io la chiamo “sub-religione” ed è una eredità che ci arriva dalla cultura greca. Ricordo mia madre e mio nonno che parlavano di miti e di riti. Per me non c’è differenza tra Medjugorje e la Pizia. Al Sud vivono ancora gli dei».
Infine, se dovesse fare il nome di un meridionale che interpreta il Sud in un modo che le piace, chi sceglierebbe?
«Gliene dico due: Vito Teti ed Erri De Luca. Sentirli parlare vuol dire assorbire qualcosa che ti nutre. A me basta anche una frase. E sa che le dico?».
Prego.
«Un libro straordinario come Il senso dei luoghi di Teti lo collochiamo lì in cima, al posto dei Promessi sposi».
«Invincibile. È il titolo di una mia canzone, ispirata da una poesia di William Ernest Hanley del 1888. Un uomo è in un letto d’ospedale, afflitto da tutti i mali del mondo, eppure concepisce versi di una bellezza struggente. Ecco, è la perfetta metafora per descrivere il Sud. Invincibile non è chi non viene mai ferito, ma chi non si è mai dato per vinto, chi ha continuato la sua lotta nonostante fosse afflitto da guai di ogni tipo».
Quanto è importante la musica nella trasmissione della memoria e dell’identità territoriale?
«La musica raggiunge parti del cervello molto sensibili, tocca corde che la semplice scrittura non può sfiorare. Naturalmente, bisogna anche saper leggere e comprendere i testi».
Si riferisce al suo brano «Uh, mammà!»?
«Sa quanti mi fermano per dirmi ma che bello il tuo pezzo sulla mamma? Tantissimi. Solo che non è un pezzo sulla mamma. Parla di una invasione, quella che il Mezzogiorno ha subito. Non è difficile capirlo, i riferimenti sono tanti a cominciare dalla bandiera blu dei Savoia».
È sempre stato appassionato di controstoria meridionale?
«Quella storia è sempre stata lì e, soprattutto oggi, rimbomba nei libri e in tante discussione pubbliche. Ma va a finire come con i monumenti: se ci passi vicino in continuazione finisci per non vederli più. Tanta gente va a teatro senza uscirne trasformata. E vale lo stesso per la musica».
Crede che la globalizzazione possa snaturare il Mezzogiorno?
«Più che altro ci sono dei fatti episodici come la Taranta. Un fenomeno identitario che poi è diventato spettacolo commerciale, catturato dai vampiri del business. Ma si tratta, appunto, di fatti isolati. La sostanza invece non cambia granché, anzi si rilancia».
Un esempio?
«Il dialetto, costantemente nobilitato anche nelle canzoni. La cultura meridionale è troppo forte per essere snaturata. Ha una profondità straordinaria che attraversa il suo quotidiano. Io la chiamo “sub-religione” ed è una eredità che ci arriva dalla cultura greca. Ricordo mia madre e mio nonno che parlavano di miti e di riti. Per me non c’è differenza tra Medjugorje e la Pizia. Al Sud vivono ancora gli dei».
Infine, se dovesse fare il nome di un meridionale che interpreta il Sud in un modo che le piace, chi sceglierebbe?
«Gliene dico due: Vito Teti ed Erri De Luca. Sentirli parlare vuol dire assorbire qualcosa che ti nutre. A me basta anche una frase. E sa che le dico?».
Prego.
«Un libro straordinario come Il senso dei luoghi di Teti lo collochiamo lì in cima, al posto dei Promessi sposi».