Giovedì 08 Gennaio 2026 | 15:12

DIALOGHI MERIDIANI

Dov’è finito il Mezzogiorno? Lo storico dell'economia Felice e il poeta Arminio a confronto

«C’è bisogno di un grande piano per attrarre capitale umano, anche molto qualificato. Si può fare, ma servono investimenti importanti», spiega Felice. Il paesologo: «Mi piace Dario Brunori, ambasciatore di un Sud che non si piange addosso»

07 Gennaio 2026

Leonardo Petrocelli

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Leonardo Petrocelli

Dov’è finito il Mezzogiorno? Lo storico dell'economia Felice e il poeta Arminio a confronto
Riflessioni e pensieri fuori dai rada a confronto sulla questione Meridionale.

«Nel Duemila l’abbandono del Meridione»
Felice: oggi la grande sfida sono le energie rinnovabili

Emanuele Felice, abruzzese, storico dell’Economia e saggista, mettiamo il termometro al dibattito sulla «Questione meridionale». Come lo giudica?

«Viviamo una fase in cui per il Sud si aprono importanti opportunità, ma mi pare se ne parli poco. Oltre al divario con il Nord c’è un singolare divario tra le concrete possibilità di sviluppo e il dibattito pubblico che sembra ignorarle».

Allora proviamo a partire dall’inizio, riavvolgendo il nastro della storia. La «spaccatura» con il Settentrione quando si manifesta?

«È un divario che dura da secoli. Tanti studi ormai lo dimostrano. Di certo, dalla fine dell’Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale, si è ulteriormente ampliato».

Perché le classi dirigenti unitarie non hanno saputo provvedere alla «modernizzazione» del Mezzogiorno?

«Al momento dell’Unità la differenza con il Centro-Nord già esisteva, ma non riguardava tanto il reddito, ma piuttosto quelle che si definiscono le precondizioni endogene dello sviluppo. Ad esempio al Sud vi erano una alfabetizzazione molto bassa e una borghesia più debole. Inoltre, la presenza di un blocco agrario latifondista, alleatosi con le classi dirigenti settentrionali, impedì la modernizzazione dell’agricoltura, favorito in questo anche dalle politiche protezionistiche del tempo, che loro vollero, come il dazio sul grano».

E per quanto riguarda l’industrializzazione?

«Si può fare l’esempio di Napoli. Fino all’inizio del Novecento era la città più grande d’Italia. Aveva un porto, era collocata in una posizione strategica, non troppo distante da Roma. Ma a svilupparsi furono Torino, Milano e Genova che divenne il porto di riferimento. E questo avvenne per le ragioni che abbiamo elencato prima».

Quindi, volendo sintetizzare...

«...volendo sintetizzare non furono mai poste le basi affinché il Sud si modernizzasse. Cioè non si lavorò sul capitale umano, sul capitale sociale, sulle istituzioni. Questo per responsabilità innanzitutto delle classi dirigenti locali, alleate con quelle nazionali».

Poi però è passata un bel po’ d’acqua sotto i ponti. Nemmeno durante i «Trenta gloriosi» fu fatto quanto necessario?

«No, durante il miracolo economico abbiamo assistito a un processo di convergenza con il Nord. Il Sud recuperava all’incirca un punto di Pil ogni due anni. E questo grazie all’intervento pubblico, cioè alla Cassa per il Mezzogiorno».

Fu un percorso omogeneo?

«Lo dividerei in due fasi. Negli anni Cinquanta si realizzarono infrastrutture, negli anni Sessanta ci furono investimenti massicci in settori capital intensive. Una scelta costosa, perché il Sud era ricco di forza lavoro ma povero di capitali, però efficace. Nel ventennio successivo si continuò a investire ma non con gli stessi effetti, per il prevalere di interessi elettoralistici e di breve periodo. Molti di quei fondi si dispersero, finendo nelle mani delle consorterie locali o anche della malavita. E non ci fu più convergenza».

Il periodo successivo apre al dominio del modello neoliberale che si impone per quattro decadi. Con quali effetti?

«Il modello neoliberale si afferma in Italia negli anni Novanta. Con esso l’intervento pubblico finisce all’angolo. Si inizia a pensare che non serva o che sia addirittura dannoso. E, tuttavia, pure negli anni Novanta si assiste a un’ultima stagione interessante, quella della Nuova Programmazione. Ma i finanziamenti erano pochi e forse si faceva troppo affidamento sul contesto locale, ancora troppo debole».

E veniamo al nuovo Millennio. Cosa succede negli anni Duemila?

«Questo è il punto più basso, quello che segna l’abbandono del Mezzogiorno, nonostante la presenza dei finanziamenti europei che diventano pressoché l’unica forma di aiuto. Ma, come sappiamo, le Regioni del Sud li utilizzano male. E durante i governi Berlusconi vengono in parte dirottati su politiche nazionali, fra cui l’abolizione dell’Ici a vantaggio dei più ricchi. Ma, non a caso, è l’Italia tutta a entrare qui in una fase di declino».

Oggi però l’intervento pubblico sembra godere di buona stampa.

«Sì e oggi il Mezzogiorno si dimostra molto ricettivo. Penso al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), che però sta per finire, ma anche alla Zes i cui investimenti andrebbero resi più selettivi».

A questo punto da dove dovrebbe ripartire il Mezzogiorno?

«Il Sud ha un vantaggio comparato nel settore di maggior crescita, oggi, al mondo: quello delle energie rinnovabili, in particolare il solare e l’eolico. Ma anche in settori ad alta intensità di capitale, energia e conoscenze, come l’automotive e perfino di data center. Ma c’è un altro problema».

Quale?

«Lo spopolamento. Un dramma nazionale che però al Nord si avverte meno, perché compensato dall’immigrazione da Sud. Le politiche industriali non bastano. Il Mezzogiorno avrebbe bisogno di un grande piano per attrarre capitale umano, anche molto qualificato. Si può fare, i costi sono più bassi che altrove e la qualità della vita può essere alta. Ma servono investimenti nelle infrastrutture, nei servizi, nel welfare. Insomma, una grande sfida che si può vincere, ma va affrontata consapevolmente su più dimensioni».

«Tanto cemento ma zero idee per i giovani»

Arminio: Pnrr sprecato. Perché continuare a rifare le piazze?

Franco Arminio, campano, poeta e «paesologo», come è stato raccontato il Sud in questi anni?

«In realtà assistiamo a una carenza di racconti. Il Mezzogiorno per come è realmente, oltre i cliché, lo si fa vedere poco. Oltretutto di Sud ce ne sono tanti, da quello metropolitano a quello delle aree interne. Ma mediamente il racconto è insufficiente rispetto all’enormità di fregi e sfregi di queste terre».

Un racconto più equilibrato da dove dovrebbe partire?

«Dovrebbe raccontare l’evoluzione del Sud. Se uno legge i libri di Carlo Levi o Corrado Alvaro trova la narrazione attendibile di un Mezzogiorno antico. Ma poi? Quel mondo si è trasformato e quella trasformazione non è stata raccontata. Ad esempio della modernizzazione, quella che definisco “modernizzazione incivile”, si è parlato poco. Sì, certo, le case non finite in Calabria, ma bisognava andare più in profondità».

Proviamo ad andarci noi più in profondità. Qual è il punto?

«Il piano antropologico, cioè come è cambiata la gente del Sud. La caduta del Mito e di tutto ciò che teneva in piedi quel mondo. Con l’arrivo della globalizzazione che cosa è rimasto?».

Ecco, che cosa è rimasto?

«Bisogna ragionare caso per caso. Napoli è la città più grande del Sud, la più importante, ma non è, per così dire, una città globalizzata. Ha una sua specificità, una sua identità. Un sapore locale, al pari di Bari. Ovviamente la ricca borghesia ha girato le spalle alle sua terra già da un po’ di anni ma ci sono anche fenomeni di resistenza come i giovani artisti che riscoprono il dialetto».

Il risultato di tutto questo?

«Una grande confusione».

Dalla confusione di «fregi e sfregi», per usare la sua espressione, proviamo a estrarre il più grave problema del Sud.

«Sicuramente l’incapacità di riuscire a trattenere i suoi ragazzi. Resto convinto che se ci fossero possibilità di lavoro adeguate agli studi che uno ha fatto, prima di andar via i giovani ci penserebbero due volte. E invece sono spesso obbligati a spostarsi: un vero e proprio crimine».

Lei ha spesso sostenuto che lo spopolamento non si combatte solo con soluzioni economiche ma anche con iniziative culturali. In concreto cosa vuol dire?

«Il punto è che non si tratta solo di una questione di reddito. Ci sono dei paesi del Nord molto ricchi che comunque si spopolano. C’è bisogno di un cambio di passo culturale per rendere qui luoghi attrattivi. Costruire un modello di società in cui la vita sia apprezzabile ovunque per motivi diversi: città, borghi, campagna, montagna».

Le opportunità di una metropoli non sono difficili da immaginare, ma quelle di un piccolo borgo?

«Il valore del paesaggio, del silenzio, della luce, dell’aria pulita. Se un ragazzo queste cose non le vede e si butta tra i veleni di Milano credendo di essere in paradiso allora c’è un problema culturale. Serve una educazione alla bellezza».

È per questo che la famosa iniziativa delle case a un euro non ha mai funzionato?

«Servono politiche organiche, non provvedimenti estemporanei buoni solo per far dibattere la gente sui social. A queste proposte non crede nemmeno chi le lancia».

Ma il racconto di questo diverso volto del Sud a chi dovrebbe essere affidato?

«Agli intellettuali, agli insegnanti, agli artisti. Io, poi, creerei delle figure apposite: “gli allenatori dei paesi”. Agronomi, architetti, ingegneri. Giovani laureati che potrebbero mettere i loro saperi al servizio delle comunità. Quelle realtà sono spesso fuori forma, anche psicologicamente. Per questo servono allenatori: se non metti in forma i giocatori la partita non la vinci»

Il suo ultimo libro si intitola «La grazia della fragilità» (Chiarelettere, 2025). Un concetto che ha molto a che fare con tutto questo.

«Sì, i paesi, come le persone, sanno essere fragili. C’è crisi, ma c’è intensità, c’è un lirismo che altrove non esiste più».

È il Sud «bipolare» che ha spesso descritto?

«È la capacità del Mezzogiorno di essere un disastro ma anche uno dei luoghi più belli del mondo che un giorno ci esalta e un altro ci avvilisce».

Se le chiedessi di nominare un meridionale che porta avanti il Sud in un modo che le piace, chi sceglierebbe?

«Dario Brunori (Brunori Sas, ndr), uno dei pochi artisti che vive nella terra in cui è nato, cioè la Calabria. Il suo è un Mezzogiorno vitale, allegro, intelligente, laborioso, per nulla vittimista».

Alla politica, invece, cosa chiederebbe per il Mezzogiorno? Un provvedimento.

«Chiederei in generale meno piazze, meno rifacimenti, meno interventi materiali. Abbiamo bruciato tante risorse per rifare cose già rifatte cinque volte. Non serve spendere soldi per mettere l’anello al dito di uno scheletro».

E invece il Pnrr l’abbiamo usato proprio così: una selva di micro-interventi che non hanno spostato (quasi) nulla.

«Purtroppo nessuno ne parla. Bisognava spendere quei soldi in fretta e furia e hanno rispolverato i vecchi progetti che avevano negli uffici tecnici. Ovviamente elaborare una visione per favorire il ritorno o la permanenza dei ragazzi era complesso, richiedeva più tempo. La betoniera è sempre la soluzione più facile».

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