lessico meridionale
Quando a scuola parlavamo di Crimea
Del resto gli argomenti politico-diplomatici per rintuzzare la sicumera del Trump sono scarsi e poco convincenti. Torniamo a scuola da Cavour. Scuola elementare
Ai ragazzini delle scuole elementari e, poi, approfondendo, agli alunni delle scuole medie d’un tempo la Crimea fu nota più dell’Alsazia, delle Argonne, di Coventry, di Chateau-Cambresy, più di Aquisgrana o Lepanto o di tutti quei toponimi che s’incatenano nella memoria storica, spesso, sanguinosa.
Perché la Crimea?
Nel 1854-1856 la Crimea fu il principale teatro della Guerra d’Oriente, che, perciò, è oggi nota come «Guerra di Crimea»: gli eserciti di Gran Bretagna, Francia e Regno di Sardegna riuscirono ad espugnare la cittadella militare russa di Sebastopoli, così ponendo termine alle mire espansionistiche dell’Impero Russo verso Costantinopoli. Le truppe piemontesi si distinsero soprattutto alla battaglia della Cernaia e ciò servì ad ottenere l’appoggio anglo-francese al progetto della Unità d’Italia.
Ecco perché questa contrada così lontana dalle Alpi e dal Lilibeo fu a noi adolescenti così famigliare. Nota: tutti conoscevano le Alpi, pochi, tra gli alunni, l’antica città ad ovest della Sicilia. Perché a certi maestri facondi come avvocati faceva gonfiare il petto d’orgoglio citare quella penisola remota e tormentata da innumerevoli dominazioni estranee a quella penisola sul Mar Nero? La risposta è perché c’erano stati i Bersaglieri. E ricordo le illustrazioni un po’ oleografiche che raccontavano di assalti all’arma bianca dei «fanti piumati», (proprio così si diceva a scuola e nei raduni dei soldati veloci), contro il nemico russo, in quel caso, accorrente. E fu così che lo sconosciuto, fino ad allora, fiume Cernaia andò ad arricchire la toponomastica di qualche città del Piemonte. Se quelle rive, infatti si accese lo scontro maggiore di quella guerra dal punto di vista italiano, anzi, sardo.
Che cos’era accaduto? Era accaduto che Camillo Benso, conte di Cavour, era riuscito ad intrufolarsi in un conflitto internazionale che aveva coinvolto Russia, Impero Ottomano, Francia, Inghilterra, Austria e Prussia. L’esplosione della guerra fu causata da una bega durissima tra lo Zar, protettore degli Ortodossi di Gerusalemme, e i Turchi. Le potenze europee, timorose dell’espansione russa in occidente s’impegnarono in un triennale conflitto che divampò, segnatamente, in Crimea.
A Sebastopoli si combatté vigorosamente. Tennyson cantò quella vittoria degli Anglo-Francesi-Italiani. Cavour non fu da meno del poeta e cantò da par suo il valore dei soldati italiani durante i lavori della «Pace di Parigi» dove ottenne, per il minuscolo Regno di Sardegna, ormai meglio noto come Piemonte, un riconoscimento internazionale. Nel concerto delle nazioni poté, d’ora in avanti, suonare la esile voce «italiana». Fu un capolavoro di politica estera: Dal 1856 in poi sulla carta geografica, i cancellieri di tutt’Europa dovettero contemplare anche quello staterello che cominciava a raggranellare consensi e provincie sotto la corona dei Savoia. Il tutto «buttando sul tavolo della pace un pugno di “Caduti”», come si diceva ipocritamente in linguaggio marziale. A dire il vero, questa mania di buttare i morti sui tavoli diplomatici durò fino alle patetiche, assurde e disastrose velleità di Mussolini che giocò la funebre carta aggredendo alle spalle la Francia nel 1940. E facendo una figuraccia militare e politica per cui il povero Cavour che aveva saputo farsi riconoscere con pari dignità dalle grandi potenze europee, si sarà rivoltato nella tomba..
Purtroppo Cavour ha smesso di combattere e di tessere ricami diplomatici da un bel pezzo e non può occuparsi della politica estera italiana. Mi domando se la sua ombra non stia sorridendo, seduta al solito tavolo con vista del celebre Ristorante «Al cambio» a Torino leggendo sui giornali che Inghilterra, Germania, e Francia, l’acerrima amica Francia, non contano sull’Italia per decidere l’atteggiamento da tenere in questa triste e, drammaticamente, interminabile guerra di conquista della Ucraina dalla Russia, dopo aver divorato la Crimea.
Non possono contare sull’Italia non perché i Bersaglieri non siano ancora gagliardi, il loro morale alto, il rancio ottimo e abbondante. Sono pochini, è vero, non sapremmo, forse, neanche come farli arrivare, d’accordo, e a casa, poi, resterebbero solo le furerie, però, forse, siamo in grado di dire comunque la nostra, di fornire gallette, cambuse, cucine da campo, ospedali, l’unanimità della solidarietà.
Niente da fare, quando si fa sul serio, i grandi d’Europa non c’invitano. Forse non si fidano. Anzi lo hanno proprio detto: quando non si parte, neanche si decide. Arroganza bellicosa? Forse. La nostra politica estera è fiacca e marginale. Lo dimostra il fatto che, non solo non si dice di aver bisogno dei nostri fantaccini, il che è cosa voluta, buona e giusta per noi, ma rinunciano a priori al nostro punto di vista. Anche nel tentare di scoraggiare le pretese del Presidente USA sulla Groenlandia. Del resto gli argomenti politico-diplomatici per rintuzzare la sicumera del Trump sono scarsi e poco convincenti. Torniamo a scuola da Cavour. Scuola elementare.