lessico meridionale

Caro Biden, ripensi al Barone rampante

Michele Mirabella

Comandare. Che parola difficile. Chi non si ricorda dell’inerziale constatazione che «comandare è meglio che fottere»?

Ricordate come pensa di congedarsi da questo mondo Sancho Panza dopo il governatorato? Impose d’essere seppellito nudo per provare di «aver governato come un angelo». O che? Gli angeli governano? No, neanche Cervantes si spinge ad immaginarlo. Gli angeli non hanno tasche, né pacchetti azionari, né interessi bancari e non governano, non questo mondo, almeno. Gli scudieri innocenti sono nudi alla meta. Quanto ai cavalieri, lo sono quasi tutti quelli che governano e, soprattutto, quelli che sottogovernano. Scudieri, cavalieri, parlamentari tutti non ambiscono di arrivare, come il paggio dell’hidalgo, nudi alla meta, ma spetta loro la pensione, il vitalizio ben servito, un altro incarico dovizioso, perché no? Dopo qualche anno nel mestiere del comando!

In molti ricorderanno il passo de Il barone rampante di Italo Calvino: «Quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee. Se le accettano, questo è comandare».

Comandare. Che parola difficile. Chi non si ricorda dell’inerziale constatazione che «comandare è meglio che fottere»? Il termine «fottere», triviale e dialettale è rifiutato dal computer il quale, automaticamente, lo cambia in sfottere. Com’è pudico il mio programma di scrittura! Troppo, visto che il termine è italiano, italianissimo e, sia pur per incerti percorsi, deriva dal latino. E sfottere, scrutino nel vocabolario, sempre da fottere viene, anche se vuol dire altro, vuol dire prendere in giro, prendersi gioco di qualcuno.

Allora ne deriva che Calvino, scrittore italiano, e di lingua pregiata, ma non alieno dalla conoscenza dei vernacoli e del parlar popolare, spiega cosa sia il comandare, ma non s’esprime circa il celebre primato: se sia vero, cioè che l’esercizio del comando sia da preferire ad altri esercizi più, generalmente, piacevoli e meglio noti nel breviario come la fornicazione. È il desiderio di comandare, dunque, che sospinge con forza tanta gente a competere nelle elezioni? Perché si rintraccia a fatica altro motivo per spiegare come mai in tanti si accaniscano, rosicchiando leggi e regolamenti, delineando marchingegni e cavilli astuti onda approntare leggi elettorali che, ognuno per sé, vogliono allestite su misura per far vincere la propria parte. Ciò collimerà con l’affardellarsi fino allo spasimo di fatiche, spese e sforzi per riuscire eletti nelle competizioni svolte con il sistema escogitato in precedenza.

Non si spiega altrimenti, infatti, che cosa giustifichi il tremendo lavorio, almeno che non si tratti di spirito di servizio, di dedizione alle cause, di voglia di prodigarsi per gli altri, esercitando il supremo compito della politica quando, per politica, s’intenda il lavorare per amministrare, governare per il bene altrui e, per questo, spendersi. Accade anche questo.

Sia! Ma molti spendono, e come! Spendono del proprio. Le campagne elettorali costano, il tempo stesso che si spreca ha prezzi alti. Centinaia di candidati affollano le liste con entusiasmante foga, con frenesia, quasi, con vigore ed effervescenza. Le iniziative si moltiplicano in furiose sarabande multimediali, gli studi televisivi lavorano anche di notte, i convegni si riproducono, i distributori di premi, riconoscimenti, targhe non hanno requie. La gara è allo spasimo. Viene, diamine se viene, il sospetto che ci sia dell’utile in tutta la faccenda e che difficilmente si possa spiegare tanto dispiego di mezzi se non con un interesse privato alternativo all’erotismo che non è più quello della politica come altissima professione di civismo. Agli elettori, mentre suggerisco di leggere o rileggere il Barone rampante, ricordo che hanno un sistema per distinguere i bighelloni assetati di potere che, evidentemente, ambiscono comandare perché l’alternativa sessuale è periclitante o dubbia o per altre ragioni indecenti come sbarcare il lunario, tramare, lucrare, dai servitori disinteressati della democrazia. Suggerisco di rifarsi al passo citato: «Quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare». Dunque, si può rendersi utili anche senza l’orpello del rango e del titolo. O del potere ingente.

Ammetto che queste riflessioni siano state stimolate dalle odierne vicende politiche negli Stati Uniti e da questa mia idea di, sommessamente, suggerire a tutti, non solo agli Americani, la saggezza. Sono certo che il buon cittadino Biden abbia letto il Don Chisciotte e che questa lettura possa spingere, in queste ore, il Presidente in strenua lotta contro la cagionevole salute, la tentennante lucidità, la smemoratezza e le gaffes a penare, forse, aizzando la compassione globale, ma, di sicuro, a provvedere, ritirandosi, al buon governo del suo Paese. L’ostinazione nel contendere elettoralmente può essere motivata dal candore di chi voglia provare di aver governato come un angelo e di voler continuare a farlo. E se lo fanno, in sua vece, i cittadini, il candidato bravo e leale, ma, solo, provato dalla tarda età, non potrà che essere orgoglioso di appartenere a quel popolo.

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