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Re: «Siamo tutti concentrati sull’Est Europa ma la Nato non può dimenticare il Sud»

Re: «Siamo tutti concentrati sull’Est Europa ma la Nato non può dimenticare il Sud»

Re: «Siamo tutti concentrati sull’Est Europa ma la Nato non può dimenticare il Sud»

 
Barbara Minafra

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Barbara Minafra

Re: «Siamo tutti concentrati sull’Est Europa ma la Nato non può dimenticare il Sud»

Il generale Davide Re ha inaugurato a Bari il master in Italia sul terrorismo organizzato dall’Università

Giovedì 05 Maggio 2022, 07:00

09:12

BARI - «Il 2 marzo, nel Consiglio di sicurezza Onu che si esprimeva sulle efferatezze in Ucraina, il 50% dei Paesi africani o si è astenuto o ha votato a favore della Russia. L’attenzione operativa della Nato è a est ma, in termini di stabilità, non possiamo dimenticarci del Sud». Il generale Davide Re, direttore della Nato Strategic Direction South Hub, ha inaugurato il primo master in Italia su terrorismo, prevenzione della radicalizzazione eversiva, sicurezza e cybersecurity organizzato dall’Università di Bari in collaborazione con Nato South Hub, che dal 2017 nel Joint Force Command di Napoli, è uno strumento per promuovere stabilità oltre i confini della Nato e costruire una comprensione delle potenziali minacce che potrebbero sorgere in Nord Africa e Sahel, Medio Oriente, Africa sub-sahariana e aree adiacenti.

Siamo tutti concentrati sull’Ucraina ma non bisogna dimenticare il bacino del Mediterraneo e quello che può succedere nel Sud del mondo, dove si può creare un vuoto.

«Operativamente la Nato e le nostre nazioni, in particolare europee, guardano con molta attenzione agli eventi che si svolgono sul territorio ucraino. Purtroppo la storia ci insegna che se ci dimentichiamo di guardare a 360 gradi, al Sud e anche al Medio Oriente, poi ci possono essere ripercussioni ma soprattutto crearsi quel vuoto che verrà colmato da altri attori fondamentali e globali, come la Russia e la Cina. Per questo è molto importante dialogare e mantenere l’attenzione su quelle dinamiche che sono molto vicine e che hanno ripercussioni potenziali sull’area europea».

L’Hub per il Sud ha un ruolo diverso da quello tradizionalmente attribuito alla Nato.

«La caratteristica dell’Hub è che non siamo operativi, non siamo intelligence e i nostri temi non sono di natura militare. Paradossalmente, poter approcciare argomenti non militari ci consente di conseguire successi con i nostri interlocutori che sono civili, sono Atenei come l’Università di Bari, sono Ong, think-tank, centri di ricerca, che normalmente sfuggono o rifuggono dal poter dialogare con la Nato e con i militari ma questa è anche la nuova essenza della Nato, che è stata tradotta in un documento strategico Nato2020-30, che ci chiede di rinforzare il network accademico.

Grazie all’Università di Bari, grazie a Unimed-Unione delle Università del Mediterraneo, abbiamo potuto conseguire questo successo: dialogare con il Sud, collaborare, avere esperti che partecipano ai nostri workshop per comprendere, perché solo insieme possiamo capire problematiche che con i nostri occhi da occidentali ed europei, possono sfuggire.

Obiettivo fondamentale di questo master è la deradicalizzazione, che è un lavoro culturale che di solito non ci si aspetta da un’entità come la Nato che classifichiamo sotto una definizione esclusivamente militare.

«Infatti l’approccio non è militare. Quando lavoravamo alla coalizione globale per la lotta nei confronti del Daesh, la parte militare era solo uno dei pilastri. Poi c’era la contronarrativa, la counter-finance per contrastare le risorse economiche che Daesh era molto abile ad ottenere, la ricostruzione e la stabilità, i foreign fighters. Nella sfera c’era sì un pezzo di controterrorismo, una componente militare per garantire la sicurezza della popolazione offesa dalle azioni terroriste, ma tutto il resto è veramente questo approccio a 360 gradi. Sulla radicalizzazione è importante evidenziare che la religione non è l’elemento principale, che è dettato da mille altre ragioni di instabilità e insicurezza».

La Nato sta mettendo in pratica anche una lezione che abbiamo imparato dall’11 settembre: riuscire a prevedere l’imprevedibile.

«La cosa più importante è parlare e ascoltare in ottica diversa perché la nostra percezione occidentale ed europea non sia fuorviante, e l’altro aspetto fondamentale è l’approccio scientifico e strutturato perché l’intuito ci porta ad essere fallaci. L’analisi alternativa ci permette di avere un risultato oggettivo, scevro da considerazioni personali che possono essere errate».

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