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Gioia pietà e rabbia si alternano mentre sfilano i portabandiera per le Olimpiadi di Tokyo. Il soggetto strano sono indubbiamente io, è indubbiamente  il tipo di  sensibilità che si è andata costruendo dentro di me  al vento delle differenze sociali. È un ripasso immediato di geografia che non sa liberarsi dalla storia, una geopolitica che si abbevera quotidianamente alle pagine di  Limes o il sabato e la domenica al Tg3 Mondo o alle notizie dei quotidiani. Il colpo d’occhio continuo delle squadre è bellissimo, perché si passa da gente vestita secondo i colori della bandiera ad altri che mostrano uno o più segni tradizionali, il chador delle arabe e i multicolori degli africani e sudamericani, la kefiah araba  o i più pretenziosi abiti moderni dei paesi ricchi, che si differenziano solo per i colori delle giacche.

Colpi d’occhio continui come fratelli e sorelle della regina Elisabetta d’Inghilterra. Il mappamondo sfila, con la piacevolezza insistita dell’esotismo afroasiatico, la bellezza della gioventù, maschile e femminile, quasi un campionario di ciò che la natura sa generare a ogni angolo della  Terra.

Ciò che colpisce è la gioia insistita dei portabandiera. Domani ci sarà spazio per l’agonismo e per i contrasti, ma oggi no, è tutta una festa.

Eppure la mia mente malata di contrasti geopolitici non riesce a isolare la felicità del momento da ciò che sta dietro, il non visto o il non detto. Per esempio, di fronte agli atleti della Scozia e dell’Irlanda come sottacere il disappunto  nei confronti dell’Inghilterra che ha voluto la Brexit? E mentre sfilano i ciprioti, come tacitare  la divisione dell’isola tra Turchia e Grecia? Una Turchia illuminata dalle mezzelune che per secoli sono state  una minaccia per le coste mediterranee e lo sono per  le sorti della Libia? Ma in questo le olimpiadi provano a smussare le antipatie, a dimezzare le distanze che l’economia attizza.

Poi, ecco le bellezze giovanili della Croazia.  Secondo i giornali da gossip ospitano le donne più belle del mondo. Ma io non riesco a dimenticare i dieci anni più drammatici del secondo Novecento, quando  l’ex Jugoslavia esplose e ci fu una guerra fratricida e sanguinaria. E come dimenticare che il Costarica è per ricchezza considerata la Svizzera del centro America? Quando a due passi da lì c’è un mondo sommerso nei regimi più orrendi, dove si mescolano droga, miseria, analfabetismo, penso a paesi come il Brasile, il Messico, il Cile, l’Argentina. Penso al Cile di Allende, di Sepulveda morto quest’anno di Covid e a Cuba, liberata prima da Che Guevara e afflitta poi dal regime castrista.

Poi arrivano gruppi che appartengono a paesi che la propaganda turistica ci ha da sempre offerti come i luoghi del divertimento, le Haway, le isole Kook, che mi richiamano anche l’epoca delle grandi scoperte, le Barbados. O un paese che non sapevo manco che esistesse, il Guam, per il quale interrogherò Google. E non sto a dire di paesi la cui condizione fa a pugni con la spensieratezza delle Olimpiadi, la Palestina, che non è neppure uno stato; la Siria, ospitata ormai in campi di tende e di baracche; l’Afghanistan, aggredita dai terroristi; il Nianmar , caduto in mano ai colonnelli, Hong Kong afflitta dal comunismo cinese; Iran e Iraq sepolti sotto i piedi degli ayatollah. Per non parlare dei Paesi africani, dove un giorno sì e un altro pure muoiono bambini come mosche e intere scolaresche di adolescenti vengono rapite da gruppi in guerra.

Come si fa a sentirsi felici? Se intorno allo stadio alitano venti carichi di virus soffiati dal Gange e da Wuhan? E i cinesi rifiutano di farci sapere l’origine reale dei danni?  Se la Cina è una potenza mondiale fondata sul lavoro schiavista e sull’assenza di diritto sociale e civile? Se qui, a Tokyo,  gli spalti sono vuoti e i sedili colorati non hanno il coraggio di applaudire gli atleti?

Le olimpiadi questo mi comunicano, che c’è una differenza sociale spaventosa e lo dice in qualche modo il numero variato di atleti iscritti, dal singolo della Crimea ai 410 della Germania, dai 3 dell’Indonesia ai 420 della Cina, dagli sparuti gruppi africani ai reggimenti dei paesi industrializzati.  No, non mi pare un mondo egalitario  questo che sfila sotto i miei occhi, un riassunto delle disuguaglianze e dei ritardi culturali e sociali, un mondo a macchia di leopardo o a pelle di zebra dove neppure la pandemia è più democratica, o lo è solo in fase di attacco e non lo è più in fase di difesa.

Poi cominceranno le gare e questo momento di malinconia, lo so,  verrà superato dalla risposta individuale degli atleti, la forza di ognuno di  fronte ai primati da superare e allo spasmo dei muscoli, alla risposta degli allenamenti  o alla grazia delle coreografie. Ma il medagliere tornerà impietoso a stabilire la distanza dei paesi, i più ricchi e i no, i più attrezzati e i meno.

Forse per questo fu inventata impropriamente la formula: l’importante è partecipare.

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