Domenica 14 Agosto 2022 | 23:15

In Puglia e Basilicata

IL COMMENTO

Marilyn, la Dea bionda: una favola crudele

Marilyn, la Dea bionda: una favola crudele

Marilyn Monroe, il Mito a sessant'anni dalla misteriosa scomparsa

Il mito del cinema a sessant'anni (oggi) dalla misteriosa scomparsa. I fotogrammi eterni, gli amanti, la morte. Resta l'icona per definizione del nostro tempo

05 Agosto 2022

Oscar Iarussi

Marilyn Monroe se ne andò nella notte fra sabato 4 e domenica 5 agosto 1962. Sessant’anni fa oggi. La notizia era sulle prime pagine il lunedì mattina. La «Gazzetta» la pubblicò con rilievo (riproduciamo l’originale in miniatura) e articoli del nostro Pietro Marino e di Ruggero Orlando. La dea bionda aveva 36 anni e quella morte giovane e misteriosa la consegnò presto al mito. Il caso Marilyn continua a sollevare un interesse spasmodico, come conferma Blonde di Andrew Dominik, attesissimo alla prossima Mostra di Venezia. Il film targato Netflix è tratto dall’omonimo libro di Joyce Carol Oates, tradotto da Sergio Claudio Perroni per Bompiani nel 2000: una rivisitazione dei drammi dell’attrice nella Hollywood Babilonia di allora e di sempre. Protagonista è la Bond Girl cubana Ana de Armas, già attaccata dai fan di Marilyn - sulla base del solo trailer - per il tono della voce che non corrisponderebbe a quello «vellutato» della Monroe.

Ritroviamo la sua favola crudele nelle pagine di  Dea - Le vite segrete di Marilyn Monroe di Anthony Summers, appena pubblicato dalla Nave di Teseo, che ripropone anche Blonde. Mentre impazza il mercato dei cimeli: gli abiti di scena di Marilyn, le sue pose audaci o disilluse, un ritratto firmato da Andy Warhol - che la immortalò nei celebri multipli - battuto all’asta giorni fa per 195 milioni di dollari... Insomma, vola la leggenda di Norma Jeane Baker (poi Mortenson), il nome anagrafico della diva, nata a Los Angeles il 1° giugno 1926. La madre Gladys, instabile nella psicologia e nei rapporti affettivi, le sopravviverà fino al 1984. Il lascito simbolico di Marilyn si trasmette di generazione in generazione e contagia i social che pure tendono a dissacrare chicchessia. La sua traiettoria continua oltre il cursum perficio, citazione di una lettera di San Paolo che significa «sto concludendo la mia corsa», iscritta su una mattonella della villa in stile ispanico di Brentwood, Los Angeles, in cui la Monroe morì. Un dettaglio scovato da due tossicologi e una criminologa forense dell’Università di Firenze (Mari, Bertol e Gualco, L’enigma della morte di Marilyn Monroe, Le Lettere ed.,  2012). Un segno premonitore dell’«intossicazione da barbiturici» di cui parlava il referto dell’autopsia? Macché, i tre studiosi non concordano: «La modalità di somministrazione del tossico non è avvenuta per via orale. Non si è trattato di atto suicidario. L’omicidio è stato perpetrato a opera di ignoti, legati vuoi alla polizia, vuoi alla criminalità organizzata, vuoi ai servizi segreti... ».

Forse tenendo all’oscuro lo stesso presidente John Fitzgerald Kennedy, indicato come uno dei suoi amanti (si vociferò anche del fratello Bob Kennedy). Per JFK una svampitissima Marilyn due mesi prima, il 29 maggio 1962, s’era prestata a canticchiare il proverbiale Happy Birthday, Mr President al Madison Square Garden di New York. Marilyn resta l’icona per definizione del nostro tempo ossessionato dal divismo. Era stato il filosofo tedesco Gunther Anders a cogliere nel secondo dopoguerra il sentimento di «antiquatezza dell’uomo», cioè la vergogna di non essere una merce immortale come le altre. L’esito è l’ammirazione per le stelle del cinema che «irrompono nella sfera dei prodotti in serie, da noi riconosciuta superiore». Osservazioni perfette per descrivere la parabola della bambola gonfiabile e puntualmente sgonfiata, andata in sposa la prima volta – appena sedicenne – all’operaio Jimmy Dougherty, quindi moglie del campione di baseball Joe Di Maggio, e, ancora, convolata a ingiuste nozze con l’intellettuale Arthur Miller. Tre dei tanti naufragi.

Scrisse il poeta beat Ed Sanders nei versi di For Marilyn Monroe, August 5, 1962: «Chi è l’uomo che non hai mai avuto/ no mai avuto mai avuto/ in nessun giocatore di baseball sorridente/ o commediografo senza uccello/ e i tuoi seni! i tuoi seni! i tuoi seni guardano dall’Occhio della Pace/ bianchi nella loro essenza e i capezzoli sono stelle!». Il mito Marilyn va a conferma, ma anche a dispetto del suo talento e dell’aura di attrice «congelata» in alcuni fotogrammi. Fra tutti, lei con la gonna sollevata dall’aria di una grata in Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder (1955), lo stesso regista che ne fece una sensualissima interprete comica in A qualcuno piace caldo al fianco della irresistibile coppia en travesti Lemmon-Curtis (1959).

«Mi è capitato spesso di finire su un calendario. Ma mai per una data precisa» recita una delle freddure di Marilyn, che ci aveva visto giusto: il suo tempo non finisce mai. È condannata al destino dei fantasmi o degli zombie: il perenne presente in un mondo che non sa più cosa siano il peccato e il candore, binomio indissolubile. Lei, un po’ puttana per allegria quando la madre lo era stata per tristezza. Lei, lo sguardo più malinconico del mondo. Lei, un mondo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725