Musica
“Giochi di cenere”: il ritorno frontale degli U2
Un necrologio a stelle e strisce. Tra lacrime, speranze disilluse e la chimera di un futuro di pace. Gli U2 sono tornati a sorpresa, lo scorso 18 febbraio, con l’EP nuovo di zecca Days of Ash, e quei “giorni di cenere” sono apparsi subito come un potente requiem civile, che riporta la band irlandese al centro della propria vocazione originaria: raccontare il mondo mentre brucia. Sì, perché il disco si inserisce in un tempo di conflitti, repressioni e fratture sociali, e sceglie di non filtrare la realtà, attraverso sei tracce, ed altrettante prese di posizione. A partire dalla schitarrata sferzante di Edge, in American Obituary, brano che ricorda direttamente Renee Nicole Macklin Good, barbaramente uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. Qui Bono Vox e soci rovesciano la formula legale americana con “You have the right to remain silent… or not…”, ovvero “Hai il diritto di restare in silenzio… oppure no…”, trasformando un atto burocratico in un’esortazione morale. E il ritornello “I love you more / Than hate loves war” (“Ti amo più di quanto l’odio ami la guerra”) diventa un mantra civile. Musicalmente è un ritorno alle chitarre taglienti di Edge, secche e riverberate, sostenute da una sezione ritmica asciutta, che richiama l’urgenza dei primi anni Ottanta, targati U2. The Tears Of Things amplia poi lo sguardo in una dimensione più simbolica e spirituale, con una ballata che respira di un’epica commossa, dalla prima all’ultima nota. “The tears of things / Rising like a flood” (“Le lacrime delle cose / Che salgono come un’alluvione”), è un’immagine che attraversa il brano come una piena emotiva. Mentre si citano Davide e Golia, Michelangelo e Mussolini (con l’ombra di Adolf Hitler che spunta), la voce di Bono non è mai stata così ampia e vettoriale, da molti anni a questa parte. Il leader U2 canta “Six million voices silenced in just four years” (“Sei milioni di voci messe a tacere in soli quattro anni”), e la memoria storica irrompe immediatamente nel presente. Con l’arrangiamento che cresce lentamente e in profondità, tra archi e dinamiche stratificate, fondendo sacro e tragedia.
Song Of The Future sposta l’asse geografico e morale dell’EP. Qui il nome evocato è quello di Sarina Esmailzadeh, una ragazza iraniana di sedici anni, uccisa nel 2022 durante le proteste esplose dopo la morte di Mahsa Amini. Aveva un canale YouTube, parlava di libertà, di sogni, di vita quotidiana. È diventata uno dei volti - e dei martiri - di quella generazione che in Iran ha sfidato il regime gridando «Donna, vita, libertà». In un brano che risuona come un inno pop e rock, sostenuto dal beat dei bei tempi, gli U2 celebrano una voce spezzata troppo presto. Non a caso, Love is a verb and not a noun (L’amore è un verbo e non un sostantivo) ribadisce quanto la libertà non sia un’idea romantica, ma un’azione ben precisa, una presa di posizione.
Quindi arriva Wildpeace, la scelta spiazzante. Non una canzone tradizionale, ma la messa in sospensione sonora di una bellissima poesia di Yehuda Amichai (recitata da Adeola Soyemi, del gruppo musicale Les Amazones d’Afrique), uno dei più importanti poeti israeliani del Novecento, nato in Germania nel 1924 e cresciuto a Gerusalemme, testimone diretto delle guerre che hanno segnato la storia di Israele. Qui la musica degli U2 si ritrae, lascia spazio alla parola, si fa leggera, atmosferica, come se il silenzio fosse parte integrante del brano.
One Life At A Time riporta invece tutto su un terreno più diretto, quasi morale. “You say you wanna save the world / Well how you gonna get that right?” (“Dici che vuoi salvare il mondo / Beh, come pensi di farlo davvero?”) è la domanda che inchioda. Così, Una vita alla volta insiste su un’idea semplice ma radicale: il cambiamento non è un proclama globale, è una responsabilità personale. Anche qui il suono è essenziale, asciutto, con quella chitarra che sembra tornare ai tempi di War, album del 1983.
Chiude Yours Eternally, più luminosa, quasi una lettera affettiva in mezzo alla tempesta, realizzata insieme a un militare delle forze armate di Kiev, Taras Topolia, e da Ed Sheeran. “Don’t sleep / Don’t even think about it… Yours eternally” (“Non dormire / Non pensarci nemmeno… Tuo per sempre”) suona come un invito a restare vigili, presenti, uniti. E le armonie si fanno più calde, meno abrasive.
Quando il messaggio si fa slogan il rischio di semplificazione è dietro l’angolo. Di certo Days of Ash non cerca l’equidistanza. Sceglie di esporsi. E in un tempo in cui molti preferiscono il silenzio o l’ambiguità, questo ritorno a un rock frontale, etico, perfino scomodo, appare come un gesto coerente. La cenere, qui, non è solo ciò che resta dopo l’incendio. È anche il punto da cui ripartire.